20 maggio 2008

Il brutto anatroccolo


Ci si avvicinava alla stagione del raccolto. Le vecchie facevano bambole verdi con le foglie del frumento. I vecchi riparavano le coperture. Le ragazze ricamavano fiori rosso sangue sugli abiti bianchi. I ragazzi cantavano mentre rivoltavano il fieno dorato. Le donne tessevano ruvide camicie per l’inverno in arrivo. Gli uomini erano occupati a raccogliere i frutti che i campi avevano donato e a zappare. Il vento cominciava a far cadere le foglie, ogni giorno di più. E giù al fiume c’era una mamma anitra che nel suo nido covava le uova.
Tutto procedeva nel migliore dei modi per la mamma anitra, e alla fine una dopo l’altra le uova presero a tremare e a vacillare finché i gusci si schiusero, e ne uscirono barcollando i piccoli anatroccoli. Ma restava un grosso uovo, li immobile come una pietra.

Arrivò una vecchia anatra, e mamma anatra le mostrò i suoi piccoli. “Non sono graziosi?” si vantò. Ma l’uovo non ancora dischiuso attrasse l’attenzione della vecchia anatra, che cercò di dissuadere la mamma anatra dal continuare la cova.
“È un uovo di tacchino”, esclamò la vecchia anatra. “Non un uovo come si deve. Un tacchino, non si riesce proprio a mandarlo in acqua, sai.” Lei lo sapeva, perché ci aveva provato. Ma la mamma anatra pensò che aveva già covato tanto, e non le sarebbe costato niente continuare ancora per un po’. “Non mi preoccupo di ciò”, disse. “Piuttosto, sai che quel mascalzone del padre di questi anatroccoli non è venuto a trovarmi neanche una volta?”

Alla fine il grosso uovo prese a tremare e a rotolare. Si schiuse, e ne spuntò una grossa creatura sgraziata. Aveva la pelle tutta segnata da sinuose vene rosse e blu, i piedi erano di un porpora chiaro e gli occhi di un rosa trasparente.
Mamma anitra rizzò la testa e allungò il collo e lo osservò attentamente. Non poté trattenersi: lo definì proprio brutto. “Forse è davvero un tacchino”, pensò preoccupata. Ma quando il brutto anatroccolo entrò in acqua con gli altri piccoli, mamma anitra vide che nuotava benissimo. “Si, è proprio mio, anche se ha un aspetto assai strano. Per la verità, alla luce giusta… è quasi carino”.

Così lo presentò alle altre creature della fattoria, ma prima che potesse accorgersene un’altra anatra attraversò come un razzo il cortile e beccò il brutto anatroccolo sul collo. Urlò mamma anitra “Smettila!” Ma la spaccona asserì: “E’ talmente strano e brutto che bisogna scacciarlo”.
E l’anatra regina con lo straccetto rosso alla zampa disse: “Oh, un’altra covata! Come se non avessimo abbastanza bocche da sfamare! E quello là, grosso e brutto, sicuramente è stato un errore”.

“Non è un errore”, disse mamma anatra. “Diventerà molto forte. È soltanto rimasto troppo a lungo nell’uovo, e non si è rimesso ancora bene in forma. Ma si sta riprendendo. Vedrete.” Rassettò le piume del brutto anatroccolo leccandogliele tutte per bene. Ma gli altri fecero tutto il possibile per tormentare il brutto anatroccolo. Lo attaccarono, lo morsero, lo beccarono, lo fischiarono e gli gridarono contro. E di giorno in giorno aumentavano i tormenti. Lui si nascondeva, si scansava, camminava zigzagando a destra e a manca, ma non sfuggiva. L’anatroccolo era al massimo dell’infelicità.

Inizialmente la madre lo difese, ma poi anche lei si stancò della situazione, ed esasperata esclamò: “Desidero soltanto che tu te ne vada.” E così il brutto anatroccolo fuggì. Con le piume sollevate e inzaccherate, corse e corse finché non raggiunse una palude. Là giacque sul bordo, con il collo allungato, bevendo di tanto in tanto un po’ d’acqua.
Di tra i giunchi lo osservavano due paperi. Erano giovani e pieni di sé. “Tu, brutto coso”, ridacchiando. “Vuoi mica venire con noi nella regione vicina? C’è un branco di giovani oche nubili, che aspettano solo di essere scelte.”D’improvviso rimbombarono dei colpi e i paperi caddero con un tonfo e l’acqua della palude divenne rossa di sangue. Il brutto anatroccolo si mise al riparo mentre all’intorno c’erano spari e fumo e cani abbaianti.

Finalmente sulla palude tornò la quiete e l’anatroccolo volò il più lontano possibile. Al crepuscolo raggiunse una povera capanna; la porta era appesa a un filo, e c’erano più crepe che muri. Là viveva una vecchia cenciosa con il suo gatto spettinato e la gallina strabica. Il gatto si guadagnava il pane prendendo i topi, la gallina deponendo le uova.
La vecchia fu felice di aver trovato un’anatra. Forse farà le uova, pensò, e in caso contrario possiamo sempre ammazzarla e mangiarla. Così l’anatroccolo restò, ma il gatto e la gallina lo tormentavano sempre: “A che servi se non sai deporre uova né cacciare topi?”

“Quel che soprattutto mi piace”, sospirava l’anatroccolo, “è stare sotto il grande cielo azzurro e sotto l’acqua fresca e azzurra.” Per il gatto non aveva alcun senso stare sott’acqua, e criticava l’anatroccolo per i suoi stupidi sogni. Per la gallina non aveva senso avere le piume tutte bagnate, e prendeva anche lei in giro l’anatroccolo. Alla fine fu chiaro che li l’anatroccolo non avrebbe trovato pace, e quindi se ne andò per vedere se trovava qualcosa di meglio lungo la via.
Arrivò a uno stagno, e mentre nuotava sentì che l’acqua diventava più fredda. Su di lui volò uno stormo di creature, le più belle che avesse mai visto. Gli lanciarono delle grida, ed a sentirle il cuore gli batté forte e si spezzò. Lanciò un urlo che mai gli era uscito dalla gola. Non aveva mai visto creature tanto belle e non si era mai sentito tanto infelice. Si girò e rigirò nell’acqua per osservarle mentre volavano lontano, fino a sparire, poi si tuffò in fondo allo stango, e si accoccolò tutto tremante. Era fuori di sé perché provava un amore disperato per quei grandi uccelli bianchi, un amore che non riusciva a comprendere.

S’improvviso prese a soffiare sempre più forte un gran vento gelido per giorni e giorni, e cominciò a cadere la neve. I vecchi rompevano il ghiaccio nei secchi del latte, e le vecchie filavano fino a tarda notte. Le madri nutrivano tre bocche alla volta al lume di candela, e gli uomini andavano a cercare le pecore sotto il cielo bianco di mezzanotte. I giovani si immergevano nella neve fino al petto per mungere, e le ragazze immaginavano di vedere i volti di bei giovanotti nelle fiamme del fuoco mentre cucinavano. E giù nello stagno l’anatroccolo doveva nuotare sempre più velocemente in tondo per conservarsi un posto nel ghiaccio.
Una mattina l’anatroccolo si ritrovò congelato e stretto nel ghiaccio, e fu allora che sentì che sarebbe morto. Due anatre selvatiche planarono e scivolarono sul ghiaccio. Esaminarono l’anatroccolo. “Sei ben brutto!” gracchiarono. “Che peccato! Non si può fare proprio nulla per uno come te.” E volarono via.

Fortunatamente passò di lì un fattore e liberò l’anatroccolo spezzando il ghiaccio con il suo bastone. Sollevò l’anatroccolo, se lo mise sotto il cappotto e si avviò verso casa. Alla fattoria i bambini si avvicinarono all’anatroccolo, ma lui aveva paura. Volò sulle travi, facendo cadere tutta la polvere sul burro. Sa lassù si tuffò dritto nel secchio del latte, e mentre cercava di tirarsi fuori tutto bagnato e stordito, cadde nel barile della farina. La moglie del fattore prese a inseguirlo con la scopa, mentre i bambini urlavano e ridevano.
L’anatroccolo volò via attraverso la porticina del gatto e, finalmente all’aperto, giacque sulla neve mezzo morto. Poi si trascinò fino a uno stagno, poi a un’altra casa, e a un altro stagno ancora, e a un’altra casa, e così passò tutto l’inverno, tra vita e morte.

Comunque tornò il gentile soffio della primavera, e le vecchie si misero a scuotere i piumini, e i vecchi riposero i lunghi camicioni. Nuovi bimbi arrivarono di notte, mentre i padri misuravano a grandi passi il cortile, sotto il cielo stellato. Di giorno le ragazze si ornavano di asfodeli di capelli, e i giovani guardavano le caviglie alle ragazze. E nello stagno l’acqua divenne più tiepida e il brutto anatroccolo che si lasciava cullare distese le ali. Com’erano grandi e forti le sue ali. Lo sollevavano in alto, e dall’alto vide i frutteti rivestiti di bianco, i contadini che aravano, i cuccioli di tutte le specie che nascevano, ruzzolavano, ronzavano, nuotavano. Sullo stagno nuotavano tre cigni, le stesse creature bellissime che aveva visto in autunno, quelle che gli avevano fatto dolere il cuore. Provò l’impulso di raggiungerli.

E se facessero finta di accogliermi, e poi, non appena li avrò raggiunti, volassero via ridendo? Pensò l’anatroccolo. Ma discese lentamente sullo stagno, e intanto il cuore gli batteva forte.
Non appena lo scorsero, i cigni presero a nuotare verso di lui. Sicuramente la mia fine è vicina, pensò l’anatroccolo, ma se devo essere ucciso, meglio che a farlo siano queste belle creature e non un cacciatore, la moglie di un fattore o un lungo inverno. E piegò il capo in attesa dei colpi. Ma ecco che riflesso sull’acqua vide un cigno in perfetta tenuta: piumaggio bianco come la neve, occhi color prugna, e tutto il resto. A tutta prima il brutto anatroccolo non si riconobbe, perché era esattamente come i bellissimi estranei, quelli che aveva ammirato da lontano.
E risultò che in fin dei conti era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di anatre. Lui era un cigno, un glorioso cigno. E per la prima volta i suoi simili gli si avvicinarono e lo sfiorarono con gentilezza e affetto con le punte delle ali. Lo ripulirono con i becchi e gli nuotarono attorno per salutarlo e dargli il benvenuto.

E i bambini arrivati per nutrire i cigni con pezzetti di pane si misero a urlare: “Ce n’è uno nuovo”. E come fanno i bambini di tutto il mondo, corsero a dirlo a tutti. E le vecchie andarono allo stagno, sciogliendo i lunghi capelli d’argento. E i giovani raccolsero l’acqua verde nelle mani a coppa e spruzzarono le ragazze, che arrossirono come petali. Gli uomini smisero di mungere per respirare l’aria profumata. Le donne smisero un momento di rammendare per ridere coi loro compagni. E i vecchi presero a raccontare storie sulla guerra che è troppo lunga e la vita che è troppo breve.
E a uno a uno, per via del passare della vita e della passione e del tempo, danzando si allontanarono; gli uomini giovani, le donne giovani, tutti si allontanarono danzando. E i vecchi, i mariti, le mogli, tutte danzando si allontanarono. I bambini e i cigni si allontanarono danzando… lasciando noi soltanto… e la primavera… e un’altra mamma anatra giù al fiume a covare le sue uova.

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