20 maggio 2008

La fanciulla senza mani


C’era una volta, qualche giorno fa, un uomo che possedeva ancora una grande pietra che macinava il grano e lo riduceva in farina per gli abitanti del villaggio. Erano tempi duri per il mugnaio, al quale non erano rimasti che la macina in un capannone e un grande melo fiorito dietro al capannone.

Un giorno, mentre con la sua accetta d’argento era nel bosco per tagliare i rami secchi degli alberi, uno strano vecchio spuntò da dietro un albero. “Non c’è alcun bisogno di torturarsi spaccando legna”, lo lusingò il vecchio. “Ti farò ricco se solo mi darai quel che si trova dietro al tuo mulino.” Che c’è dietro al mio mulino se non il melo fiorito? Pensò il mugnaio, e accettò l’affare proposto dal vecchio.
“Tra tre anni, verrò a prendere quel che è mio”, ridacchiò lo straniero, e zoppicando sparì nel fitto degli alberi.

Il mugnaio incontrò la moglie sul sentiero. Era corsa fuori dalla casa con il grembiule svolazzante e i capelli scompigliati. “Marito, marito mio, ai rintocchi del mezzogiorno, nella nostra casa è arrivato un orologio più bello sulla parete, le sedie rustiche sono state sostituite da sedie ricoperte di velluto, la povera dispensa è piena di selvaggina, case e bauli traboccano. Dimmi, ti prego, come ha potuto accadere tutto ciò?” E in quel preciso istante le sue dita si ornarono di anelli d’oro e i suoi capelli si raccolsero in un cerchietto d’oro.
“Ah”, esclamò il mugnaio guardando con meraviglia il suo farsetto diventato di raso. Sotto i suoi occhi gli zoccoli dai tacchi così consunti che camminava inclinato all’indietro, si trasformarono in bellissime calzature.

“È per via di uno straniero”, raccontò affannosamente. “Nel bosco ho incontrato uno strano tipo coperto da uno scuro mantello che mi ha promesso grandi ricchezze se gli avessi dato quel che sta dietro al mulino. Per certo, moglie mia possiamo piantare un altro melo.”
“Oh, marito mio!” gemette la moglie, e pareva colpita a morte. “L’uomo dal mantello nero era il Demonio, e dietro al mulino c’è l’albero, certo, ma nostra figlia è là a spazzare il cortile con una ramazza di salice.”

E così i genitori corsero a casa, e piansero amare lacrime su tutti i loro fronzoli. La figlia rimase senza maritarsi per tre anni, e la sua indole era come le prime dolci mele della primavera. Il giorno in cui il Diavolo venne a prenderla, fece il bagno e indossò un abito bianco e restò nel cerchio di gesso che si era disegnata attorno. Quando il Diavolo volle afferrarla, una forza invisibile lo scaraventò oltre il cortile.

Urlò il Diavolo: “Non dovrà mai più fare il bagno, altrimenti non posso avvicinarmi a lei”. I genitori rimasero terrorizzati e così passarono alcune settimane, e la fanciulla non fece il bagno finché i suoi capelli furono tutti arruffati, e le unghie nere, e la pelle grigia, e gli abiti anneriti e induriti dalla sporcizia. Allora, con la fanciulla che giorno dopo giorno assomigliava sempre più a una bestia, il Diavolo tornò. Ma la fanciulla si mise a piangere e le lacrime scivolarono sul palmo delle mani e lungo le braccia. Ora le mani e le braccia erano di un bianco purissimo e pulite. Il Diavolo montò in collera: “Tagliatele le mani, altrimenti non potrò avvicinarmi a lei”. Il padre era sconvolto dall’orrore. “Vuoi che tagli le mani di mia figlia?” Il Diavolo urlò: “Tutto qui morrà, anche tu, tua moglie e tutti campi all’intorno”.

Il padre fu così terrorizzato che obbedì, e chiedendo perdono alla figlia prese ad additare la sua accetta dal filo d’argento. La figlia si rassegnò e disse: “Sono tua figlia, fa come devi”. E questo fece, e alla fine non si poteva dire se urlava più forte la figlia o il padre. Così terminò la vita della fanciulla quale lei l’aveva conosciuta.

Quando il Diavolo tornò, la fanciulla aveva tanto pianto che i tronconi rimasti erano di nuovo puliti, e il Diavolo venne di nuovo lanciato oltre il cortile quando cercò di afferrarla. Imprecando con parole che accesero piccoli incendi nel bosco, scomparve per sempre, poiché non aveva più alcun diritto su di lei.
Il padre aveva cent’anni e la moglie anche. Come la gente autentica dei boschi, avevano tirato avanti come meglio avevano potuto. Il vecchio padre offrì alla figlia di vivere un castello di grande bellezza e ricchezza per tutta la vita, ma la figlia disse che preferiva fare la mendicante e dipendere dalla bontà altrui per il suo sostentamento. E così le avvolsero le braccia in una garza pulita, e all’alba si allontanò dalla vita quale l’aveva conosciuta.

Camminò e camminò. La calura fece sì che il suo sudore striasse la sporcizia dalla sua faccia. Il vento le scarmigliò i capelli, che diventarono come il nido di una cicogna fatto di ramoscelli intrecciati alla meglio. Nel pieno della notte arrivò a un frutteto reale in cui la luna aveva poggiato un barlume di luce sui frutti che pendevano dagli alberi.
Non poteva entrare perché il frutteto era circondato da un fossato. Cadde in ginocchio, perché moriva di fame. Un fantasma bianco apparve, e sollevò la paratoia, così il fossato si vuotò. La fanciulla camminò tra i peri, e in qualche modo sapeva che ogni pera perfetta era stata contata e numerata, e qualcuno le custodiva. Comunque, un ramo si piegava così basso che poté prenderlo. Poggiò le labbra sulla buccia dorata di una pera e la mangiò stando in piedi nel chiarore lunare, con le braccia avvolte nella garza, i capelli scarmigliati, con l’aspetto di una donna di fango, la fanciulla senza mani. Il guardiano vide tutto, ma riconobbe la magia dello spirito che custodiva la fanciulla, e non intervenne. Quando ebbe finito di mangiare quell’unica pera, la fanciulla attraversò il fossato e andò a dormire al riparo degli alberi.

La mattina dopo il re arrivò per contare le sue pere. Scoprì che ne mancava una, e guardò sopra e sotto ma non riuscì a trovarla. Quando venne interrogato, il custode spiegò: “La notte scorsa due spiriti prosciugarono il fossato, entrarono nel giardino mentre alta era la luna, e una senza braccia mangiò la pera che le si offriva”.

Il re disse che quella notte avrebbe vegliato. A notte arrivò insieme al suo giardiniere e al suo mago, che sapeva parlare agli spiriti. I tre sedettero sotto un albero e rimasero in osservazione. A mezzanotte, la fanciulla arrivò fluttuando dal bosco, con indosso vecchi stracci sporchi, i capelli arruffati, il volto striato, le braccia senza mani, e lo spirito bianco accanto a lei. Entrarono nel frutteto come l’altra volta. Di nuovo un albero gentilmente si piegò perché potesse raggiungerlo e lei gustò la pera all’estremità del ramo. Il mago si avvicinò, ma non troppo, e domandò: “Sei di questo mondo o non di questo mondo?” E la fanciulla rispose: “Un tempo ero del mondo, e nondimeno non sono di questo mondo”.
Il re interrogò il mago. “È un essere umano o uno spirito?” Il mago rispose che era tutt’e due le cose. Il cuore del re sobbalzò ed egli corse verso di lei e le disse a gran voce: “Non ti abbandonerò. Da oggi in poi, mi prenderò cura di te.” Al castello fece fare per lei due mani d’argento, che furono fissate alle sue braccia. E fu così che il re sposò la fanciulla senza mani.

Dopo qualche tempo, il re dovette muover guerra a un regno lontano, e chiese alla madre di prendersi cura della sua giovane regina, poiché l’amava con tutto il cuore. “Se darà alla luce un bambino, inviami immediatamente un messaggio.”
La giovane regina diede alla luce un bel bambino e la madre del re inviò subito un messaggero per dagli la buona notizia. Ma lungo il sentiero il messaggero si sentì stanco o insonnolito, e cadde in un sonno profondo accanto alla riva di un fiume. Il Diavolo spuntò da dietro a un albero e cambiò il messaggio: diceva che la regina aveva partorito un bambino che era per metà cane.

Il re rimase sconvolto, e nonostante ciò inviò un messaggero in cui diceva di amare la regina, e di prendersi cura di lei in quel terribile momento. L’uomo che portava il messaggio di nuovo arrivò al fiume, e sentendosi appesantito come se avesse partecipato a un ricco banchetto, cadde in un profondo sonno vicino all’acqua. Al che il Diavolo tornò e cambiò il messaggio: “Uccidete la regina e il suo bambino.”
La vecchia madre rimase sconvolta dalla richiesta, e inviò un messaggero per avere la conferma. I messaggeri andarono e tornarono, sempre addormentandosi in riva al fiume, col Diavolo che cambiava i messaggi rendendoli sempre più terribili; l’ultimo diceva: “Conserva la lingua e gli occhi della regina come prova che stata uccisa.”
La vecchia madre non se la sentiva di uccidere la dolce giovane regina. Sacrificò invece una daina, ne prese la lingua e gli occhi e li nascose. Poi aiutò la giovane regina a legarsi il piccolo al petto, la ricoprì con un velo e le disse che doveva fuggire per salvarsi la vita. Le donne piansero e si abbracciarono, nella speranza di rivedersi.

La giovane regina vagò finché arrivò alla più grande e selvaggia foresta che avesse mai visto. Si aggirò lì intorno alla ricerca di un sentiero per penetrarvi. All’imbrunire, riapparve lo stesso spirito bianco e la guidò fino a una povera locanda tenuta da gentili abitatori del bosco. Una fanciulla con l’abito bianco fece entrare la regina e la chiamò per nome. Il bimbo venne messo a giacere.
“Come fai a sapere che sono una regina?” domandò la fanciulla.
“Noi che siamo nel bosco seguiamo queste cose, mia regina. Ora riposa.”
Così la regina rimase per sette anni alla locanda, ed era felice con il suo bambino e della sua vita. Pian piano le sue mani ripresero a crescere, prima come piccole mani di bambina, rosee come le perle, e poi come mani di ragazza, e infine come mani di donna.

Intanto il re era tornato dalla guerra, e la vecchia madre gli domandò piangente: “Perché mai hai voluto che uccidessi due innocenti?” e gli mostrò gli occhi e la lingua.
Udendo la terribile storia, il re vacillò e pianse un pianto inconsolabile. La madre vide il suo dolore e gli disse che erano gli occhi e la lingua di una daina, e che aveva mandato la regina e il bambino nel bosco. Il re decise di partire immediatamente, senza mangiare né bere, e di viaggiare fino in capo al modo per ritrovarli. Per sette anni continuò a cercare. Le sue mani divennero nere, la barba scura come torba, gli occhi cerchiati di rosso e riarsi. Per tutto quel tempo non mangiò né bevve, ma una forza più grande di lui lo aiutava a vivere. Alla fine giunse alla locanda tenuta dagli abitatori del bosco. La donna in abito bianco lo fece entrare, e lui si sdraiò, così stanco. La donna gli pose un velo sulla faccia, e lui si addormentò. Mentre il respiro diventava profondo, il velo lentamente gli scivolò dalla faccia. Si risvegliò per trovare accanto a sé una bellissima donna e uno stupendo bambino che lo guardavano.

“Io sono la tua sposa e questo è tuo figlio.” Il re avrebbe voluto crederle, ma aveva visto che la fanciulla aveva le mani. “Per le mie fatiche e la mia cura, le mani mi sono ricresciute”, disse la fanciulla. E la donna con l’abito bianco portò le mani d’argento che erano state riposte come un tesoro in un cassettone. Il re si levò e prese tra le braccia la regina e suo figlio e quel giorno ci fu una grande gioia nel bosco.
Tutti gli spiriti e gli abitanti della locanda parteciparono a uno splendido festino. Poi il re e la regina e il bambino tornarono dalla vecchia madre, festeggiarono un nuovo sposalizio, ed ebbero molti altri bambini, i quali raccontarono questa storia a centinaia di altri, che raccontarono questa storia a centinaia di altri ancora, come voi siete tra le altre centinaia cui io la racconto.

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