20 maggio 2008

L'orso della luna crescente


C’era una volta una giovane che viveva in un profumato bosco di pini. Il marito era lontano, a combattere una lunga guerra. Quando finalmente fu congedato, tornò a casa, ma si rifiutò di entrarvi perché si era abituato a dormire sulle pietre. Stava giorno e notte per conto suo, nel bosco. La giovane moglie era tanto eccitata quando le dissero che finalmente il marito sarebbe tornato a casa, che prese a comprare cibi e a cucinare piatti e piatti e ciotole di giuncata di soia, e tre tipi di pesce, e tre tipi di alghe, e riso cosparso di pepe rosso, e dei bei gamberi, grossi e color arancio.

Sorridendo timidamente, portò i cibi nel bosco e s’inginocchiò accanto al marito tanto stanco della guerra, e gli offrì le stupende pietanze che aveva preparato. Ma lui saltò in piedi e diede un calcio ai vassoi, sicché la giuncata si sparse per terra, il pesce volò per aria, le alghe e il riso si sparpagliarono ovunque, e i grossi gamberi rotolarono lungo il sentiero. Lasciami stare!” urlò, e le voltò le spalle. Era tanto in collera che li ne ebbe quasi paura. Alla fine, disperata, riuscì a raggiungere la caverna della guaritrice che viveva lontano dal villaggio.
“Mio marito è tornato gravemente turbato dalla guerra”, disse la moglie. “Infuria continuamente e non mangia nulla. Vuole restare all’aperto, non vuole più vivere con me come un tempo. Puoi darmi una pozione per renderlo di nuovo gentile e affettuoso?”

La guaritrice la rassicurò: “Posso fare questo per te, ma mi occorre uno speciale ingrediente. Purtroppo ho esaurito i peli dell’orso della luna crescente. Devi dunque arrampicarti su per la montagna, trovare l’orso nero e portarmi un pelo della luna crescente che ha sulla gola. Allora potrò darti quel che ti occorre, e la vita tornerà a essere bella”.

Molte donne si sarebbero scoraggiate, avrebbero ritenuto impossibile quell’impresa. Ma lei no, perché era una donna che amava. “Oh, ti sono così grata!” disse. “È così bello sapere che si può fare qualcosa”.

Si preparò dunque al viaggio, e la mattina dopo perse a salire su per la montagna. E intanto cantava “Arigato zaisho”, che è un modo per salutare la montagna e dirle “Grazie di lasciarmi salire sul tuo corpo”. Salì sulle colline dove i massi erano come grosse pagnotte di pane. Raggiunse un altopiano ricoperto da un bosco. Gli alberi avevano lunghi rami drappeggiati e foglie che parevano stelle. “Arigato zaisho”, cantava. Era un modo per ringraziare gli alberi che sollevavano le chime per lasciarla passare. Così riuscì ad attraversare il bosco e riprese a salire.
Ora era più faticoso. La montagna aveva fiori spinosi che si impigliavano all’orlo del kimono, e rocce che le sbucciavano le piccole mani. Strani uccelli neri le volarono incontro nel crepuscolo e la spaventarono. Sapeva che erano muen-botoke, spiriti dei morti che non avevano parenti, e per loro intonò preghiere: “Vi sarò parente. Farò in modo che possiate riposare.”

Salì ancora, perché era una donna che amava. Salì finché vide la neve sulla cima della montagna. I piedi si bagnarono e diventarono freddi, ma lei continuò a salire, perché era una donna che amava. Si scatenò una tempesta, e i fiocchi di neve le entravano negli occhi e nelle orecchie. Accecata, continuava a salire. E quando smise di nevicare la donna cantò: “Arigato zaisho”, per ringraziare i venti che non l’accecavano più. Si rifugiò in una piccola caverna, così piccola che ci stava dentro a malapena. Aveva del cibo per sé, ma non mangiò; si ricoprì di foglie e dormì. La mattina l’aria era tranquilla e tra la neve si scorgevano persino delle pianticelle verdi. “Ecco”, pensò, “è arrivato il momento di trovare l’orso della luna crescente”.

Cercò tutto il giorno e all’imbrunire trovò delle grosse cataste di legna e non ebbe più bisogno di cercare, perché un gigantesco orso nero camminava pesantemente sulla neve, lasciandosi dietro profonde orme. L’orso della luna crescente ringhiò ferocemente ed entrò nella sua tana. La donna frugò nel suo fagotto e mise il cibo che aveva portato in una ciotola. L’appoggiò sulla soglia della tana e tornò a nascondersi nel suo rifugio. L’orso sentì il profumo del cibo e uscì barcollando dalla tana, ringhiando così forte da far rotolare le pietre. L’orso girò un po’ di volte attorno al cibo, sentì il vento, e inghiottì il cibo in un sol boccone. Poi sparì nella sua tana.

La sera dopo la donna fece la stessa cosa, ma dopo aver deposto la ciotola non tornò nel suo rifugio ma si fermò a mezza strada. L’orso sentì l’odore del cibo, uscì dalla tana, ringhiò da scrollare le stelle dai cieli, girò attorno, molto cautamente sentì l’aria, ma alla fine inghiottì il cibo e tornò nella tana. La cosa continuò per parecchie notti finché in una scura notte blu la donna sentì di avere abbastanza coraggio da aspettare vicino alla tana dell’orso.

Mise il cibo nella ciotola sulla soglia della tana e lì rimase in piedi, in attesa. Quando l’orso sentì l’odore del cibo e uscì, vide non soltanto il solito cibo ma anche un paio di piccoli piedi umani. L’orso voltò il capo e ringhiò tanto forte da farle rumoreggiare le ossa. La donna tramava, ma restò al suo posto. L’orso si ripiegò sulle zampe posteriori, spalancò le fauci e ringhiò tanto che la donna poté vedere il palato rosso e marrone della bocca. Ma non si diede alla fuga. L’orso ringhiò più forte e allungò le zampe come per afferrarla, con i dieci artigli che pendevano come dieci lunghi coltelli sulla sua testa. La donna tremava come una foglia al vento, ma rimase ferma dov’era.

“Per favore, caro orso”, implorò, “per favore, ho fatto tutta questa strada perché ho bisogno di una cura per mio marito.” L’orso lasciò ricadere a terra le zampe sollevando una nuvola di neve, e osservò la faccia terrorizzata della donna. Per un attimo alla donna parve di poter vedere intere catene montuose, vallate, fiumi e villaggi riflessi nei vecchi occhi dell’orso. Provò una gran pace, e smise di tremare.

“Ti prego, caro orso, ti ho nutrito per tante notti. Potrei avere un pelo della luna crescente che hai sulla gola?” L’orso rifletteva, e pensava: questa donna sarebbe un buon cibo. Ma improvvisamente provò per lei tanta pietà. “È vero”, disse l’orso della luna crescente, “sei stata buona con me. Puoi prendere un mio pelo. Ma fai in fretta, poi vattene subito, e tornatene a casa.”
L’orso sollevò il muso perché potesse vedere la bianca luna crescente sulla gola, e la donna vide anche il suo cuore pulsare forte. La donna poggiò la mano sul collo dell’orso, e con l’altra prese un lucente pelo bianco, e in fretta lo strappò. L’orso indietreggiò e urlò come se fosse stato ferito. Poi il dolore si trasformò in stizza.

“Oh, grazie mille, orso della luna crescente, grazie mille.” La si piegò in mille inchini, ma l’orso grugnì. Urlò parole che lei non poteva comprendere, e che pure aveva sempre saputo. La donna si volse e volò giù dalla montagna. Corse sotto gli alberi con le foglie a stella. E sempre andava intonando: “Arigato zaisho”, per ringraziare gli alberi che sollevando i rami la lasciavano passare. Inciampò sui massi che parevano grosse pagnotte di pane urlando: “Arigato zaisho”, per ringraziare la montagna che l’aveva lasciata salire sul suo corpo.
Sebbene avesse gli abiti ridotti in brandelli, i capelli tutti spettinati, e la faccia sporca, corse giù per gli scalini di pietra che portavano al villaggio, di corsa percorse la strada e raggiunse la capanna dove la guaritrice sedeva a curare il fuoco.

“Guarda! guarda! Eccolo, l’ho trovato, l’ho ottenuto, il pelo dell’orso della luna crescente!” urlava la giovane donna.
“Bene”, disse la guaritrice con un sorriso. Guardò attentamente la donna e prese il pelo in una mano, lo misurò col dito, ed esclamò: “Si! È un autentico pelo dell’orso della luna crescente”. Poi d’improvviso si volse e gettò il pelo nel fuoco, dove scoppiettò e bruciò in una spendente fiamma arancione.
“No!” urlò la donna “Che cos’hai fatto?”
“Calmati. Va bene così. È tutto a posto”, disse la guaritrice. “Ti ricordi tutto quello che hai fatto per scalare la montagna? Ricordi tutto quello che hai fatto per conquistare la fiducia dell’orso della luna crescente? Ricordi quel che hai visto, quel che hai udito, quel che hai sentito?”
“Sì!”, rispose la donna, “Io lo ricordo benissimo.”
La vecchia guaritrice le sorrise dolcemente e disse: “Ora, per favore, figlia mia, torna a casa con queste tue nuove conoscenze e comportati nello stesso modo con tuo marito.”

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