12 maggio 2008

Luna


Nella mitologia arcaica, la Terra da cui tutte le creature hanno avuto origine non è polvere ma vita, come la dea creatrice. I simboli di rado sono astratti in senso stretto; i loro legami con la natura sono profondi, e devono essere svelati attraverso lo studio del contesto e delle loro associazioni. In tal modo possiamo sperare di decifrare il pensiero mitologico, che è la ragione d'essere di quest'arte e la base della sua forma.

La dea è stata descritta come la Grande Madre che dà la vita dal suo grembo a tutte le cose. È solitamente rappresentata con le fattezze delle ben note "veneri" del paleolitico e delle statuette europee e anatoliche del neolitico.
Il tema centrale del simbolismo della dea si dispiega nel mistero della nascita, della morte e nel rinnovamento della vita, non solo umana ma di tutta la Terra e dell’intero cosmo. I simboli e le immagini si raggruppano attorno alla dea partenogenetica: la giovane e la vecchia dea della fertilità che nasce e muore come la vita vegetale.

Dispensatrice di vita, la categoria di suoi simboli comprende la sfera acquatica, poiché la credenza prevalente era che tutta la vita venisse dall’acqua: i simboli delle distese d’acqua, dei corsi d’acqua, della pioggia e degli uccelli acquatici. La dea aveva spesso sembianze di donna – uccello. La prima rappresentazione delle parti del corpo femminile, risale al tempo in cui i popoli non avendo ancora capito il processo biologico della riproduzione (come causa della gravidanza), dovettero darsi una divinità che fosse l’estensione macrocosmica del corpo femminile. La dea dispensatrice di vita veniva quindi raffigurata nella posizione partoriente. La dea è collegata alle madri primeve nelle forme di animali quali l’orso, la cerva, il daino, bisonte e la giumenta.

Anche vista come la reggitrice di morte è coinvolta nella rigenerazione. Le immagini della dea civetta dell’Europa occidentale sulle pareti delle tombe hanno i seni o il loro corpo è un labirinto creatore di vita, con una vulva nel centro. Come simbolo di rigenerazione veniva a lei attribuito l’utero, il cranio di bue, pesce, rana, rospo, porcospino e tartaruga. Durante il neolitico, tombe e templi, assumono la forma dell’uovo, della vagina e dell’utero della dea, o del suo corpo intero. Le tombe a corridoio simboleggiano la vagina (corridoio) e il ventre gravido (tholos, camera rotonda) della dea.

L’interconnessione delle due funzioni, dare la vita e dare la morte, in una divinità è tipica delle dee dominanti. La dispensatrice di vita si può trasformare in una terribile immagine di morte: un nudo rigido o un semplice osso con uno sproporzionato triangolo pubico in cui comincia la trasformazione della morte in vita. Il suo simbolo è l’avvoltoio.

Il concetto simbolico di questa dea onnipossente, che per prima ha influenzato la mitologia antica, strettamente connessa al simbolo della Luna, è espresso magnificamente da Apuleio nella sua preghiera evocativa:

“O Regina del cielo, sii tu Cerere alma, creatrice prima delle messi…, sii tu Venere Celeste, che agli albori del mondo, congiungesti i sessi in contrasto, generando Amore…, sii tu la sorella di Febo (Diana) che alleviando con le tue cure il parto alle donne, hai fatto nascere intere popolazioni…, sii tu la venerabile Proserpina che la notte con le tue urla e col tuo triforme aspetto sbarri le porte del sotterra…, tu che con la tua femminile luce rischiari ovunque le mura delle città e col tuo rugiadoso splendore alimenti la rigogliosa semente e con le tue solitarie peregrinazioni spandi il tuo incerto chiarore: con qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualsiasi aspetto sia lecito invocarti, concedimi finalmente la tua assistenza…”

La dea così risponde :
“Eccomi a te… Io sono la genitrice dell’universo, la sovrana di tutti gli elementi, l’origine prima dei secoli, regina delle ombre, la prima dei celesti; io riassumo nel mio volto l’aspetto di tutte le divinità maschili e femminili: sono io che governo con un cenno del capo le vette luminose della volta celeste… Indivisibile è la mia divina essenza, ma nel mondo sono venerata ovunque sotto molteplici forme, con riti diversi, sotto differenti nomi… madre degli dei…, Venere di Pafo…, Diana…, Proserpina Stigia…, Cerere Attea…, Giunone…, Ecate…, e gli Egiziani cui l’antico sapere conferisce potenza, mi hanno onorato con riti che appartengono a me sola, e mi chiamano con il mio vero nome, Iside Regina.”

Viene descritta di mirabile aspetto, con una massa di capelli folti e lunghi, leggermente ricci, con una corona di fiori diversi che si stringe sulla sommità del capo; nel mezzo, sopra la fronte, emette una chiara luce, un disco dalla superficie piana che somigliava ad uno specchio, che voleva imitare la Luna. Sui lati, si drizzavano due vipere con le loro spire e, nella parte superiore, si protendevano delle spighe. Indossava una tunica multicolore e un mantello nero come l’ebano, che spendeva d’una lucentezza tenebrosa.

Con il tempo e con il predominio della cultura patriarcale, le caratteristiche simboliche di questa dea e del suo essere femminile completo, sono state letteralmente ripartite e assegnate a diverse dee del panteon greco e romano, attribuendo alle une le caratteristiche positive, alle altre le caratteristiche negative, perdendo la completezza di significato che ne indicava il vero valore, e la forza che le permetteva di essere una dea unica, subordinandola al potere degli dei maschili.

Artemide, nota ai romani come Diana, era la dea della Luna e della caccia, e una delle dodici grandi divinità dell’Olimpo: è la dea dei cacciatori e, paradossalmente, protettrice degli animali selvatici, dei bambini e degli esseri indifesi. Come dea della Luna veniva rappresentata anche nell’atto di portare luce, con in mano una torcia o con il capo circondato dalla Luna e dalle stelle. Le venivano associati tutti gli animali dalla natura sfuggente, come il cervo, la daina, la lepre, la quaglia; la leonessa era il simbolo della sua regalità, l’orso rappresentava il suo aspetto distruttivo. Percorreva le montagne, accompagnata dalle sue ninfe e puniva chiunque la importunasse.

Nella letteratura greca classica, è caratterizzata dalla verginità, scelta liberamente e difesa con la forza. Era portatrice di fertilità e protettrice dei neonati. Figlia di Zeus e Leto, era sorella gemella di Apollo. Il mito vuole che lei sia nata prima di Apollo, ed abbia aiutato la madre a partorire il fratello. Artemide fu quindi la levatrice di sua madre. Quando compì tre anni chiese a Zeus un arco, delle frecce, una muta di cani con cui andare a caccia, ninfe che l’accompagnassero, una tunica corta per poter correre e il privilegio di fare da sola le sue scelte.

L’Artemide Eileithyia, dea cretese, il cui nome significa gravidanza, appare in occasione dei parti. La Diana romana presiedeva ai parti ed era chiamata “colei che schiude l’utero”. La divinità europea di tipo Artemide ha un esatto corrispondente nella Mesopotamia: la Dea Ninhursaga, una delle divinità più potenti del III millennio a. C. (prima di essere soppiantata dal dio maschio Enki). Essa era chiamata la “Signora della Terra di pietra”. Analogamente ad Artemide era “l’apra e pietrosa”, signora degli animali selvatici. In quanto dispensatrice di vita era chiamata Nintur, “Signora della capanna del parto” o “Signora dell’utero”, il suo emblema era simile alla lettera greca omega, interpretato come una rappresentazione dell’utero di una mucca.

In Irlanda e in Scozia, al pari di Artemide e Diana, Brigit sovrintende al parto. La sua festa della purificazione, Imbolc, il primo febbraio, celebrava la lattazione delle pecore, simbolica della nuova vita e della primavera. In Alsazia, dove al tempo dei celti Diana era la dea dei pozzi sacri, ancora oggi le donne trasportano l’acqua dalla sorgente ai monti vicini, dove la versano su pietre incavate per assicurarsi la gravidanza.

In Grecia, alcune caratteristiche del mito di Artemide furono divise con la dea Selene, dea della Luna, nota ai romani come Luna. Gemerò con Zeus due figli: Erse (rugiada) e Pandia. Quando Artemide fu collegata alla Luna, il suo mito venne dimenticato.

Allorché la Luna diviene invisibile ancora oggi viene chiamata Ecate, la dea degli Inferi. Esiodo la diceva figlia del titano Perseo e di Asteria (la notte stellata). Dea degli spettri, dei sepolcri, delle apparizioni notturne, il suo nome significa anche “colei che è lontana”. Veniva ritratta con tre volti, impugnava una torcia ed era accompagnata da segugi (il latrare dei cani era presagio di morte). La dea maga Ecate veniva talvolta chiamata Artemide dei crocicchi, ed aveva in mano il destino degli uomini ed era legata al mondo dell’Oltretomba.

Per la cosmogonia babilonese fu durante la Luna nuova, o invisibile, che avvenne la creazione dell’uomo. Per contro nel giorno della Luna piena si svolgevano le cerimonie di castrazione perché da quel momento l’energia, inclusa quella sessuale, iniziava a scemare e il Toro, una volta castrato, diveniva bue...

Nel capitolo sulle virtù delle configurazioni degli astri al Sole, Tolomeo inizia a trattare, vuoi perché le sue figure sono più evidenti, vuoi perché sono ben note a tutti, della Luna: «Rispetto alle loro configurazioni con il Sole, la Luna e i tre astri erranti (le stelle di Saturno, di Giove e di Marte) assumono un'intensità ed un allentamento delle loro proprie virtù. La Luna infatti dal suo primo sorgere fino al primo quarto produce soprattutto un aumento dell'umidità; indi, dal primo quarto al plenilunio, del calore; dal plenilunio all'ultimo quarto della secchezza; e dall'ultimo quarto fino alla sua occultazione del freddo».

A causa di questa sua quadruplice natura la Luna fu paragonata, nei suoi effetti, al Sole; dice infatti Aristotele: «La Luna è quasi un altro piccolo Sole e per questo contribuisce a tutti i processi di riproduzione e di compimento... sono i movimenti di questi astri che determinano (nei corpi) il limite dell'inizio e della fine». In quanto piccolo Sole, la Luna ne imita gli effetti: «Il Sole produce inverno ed estate nell'arco dell'anno intero, la Luna nell'arco del mese; ciò non a motivo dei suoi movimenti tropici, bensì l'una quando la luce aumenta, l'altro quando essa scema»

Gli astrologi hanno pertanto assimilato le fasi della Luna alle quattro stagioni dell'anno, giacché la primavera è umida, l'estate calda, l'autunno secco, l'inverno umido.

Possiamo quindi definire le qualità efficienti del mese lunare come nella figura qui sopra. La rivoluzione sinodica della Luna è contraddistinta da due mutazioni principali e più evidenti: il novilunio e il plenilunio, che corrispondono a gradi estremi delle sue qualità. Nel novilunio il freddo e l'assenza dell'umido, nel plenilunio il calore e l'abbondanza dell'umido.

E' dea delle fonti termali, è amnium domina per il suo dominio sui fiumi. Il suo nome greco, Selênê, viene da selas, luce, splendore e la sua luce è feconda e umidificante e giova ai cuccioli di animali e ai germogli delle piante. Gli aborigeni della terra di Arnhem svolgono le danze propiziatorie per i frutti e gli animali in una fossa a forma di falce di Luna. Essa è Melissa e ape che presiede ad ogni generazione, è dea Mielati, che presiede all'entrata e all'uscita dal mondo. Vi è in essa il principio di ogni germe e ciò è proprio agli dei stellari che lanciano frecce, quali Apollo e Artemide, entrambi cacciatori, gemelli dai medesimi epiteti, ékatos, ékatê ‘che lanciano frecce’.

Lunare è il principio vitale che nutre il corpo e lo stesso Tolomeo chiama la Luna fonte della vita fisica; essa è simbolo degli elementi che nutrono e costituiscono il corpo umano, come delle alterazioni fisiologiche che il nutrimento subisce. Il papiro Michigan assegna alla Luna il volto umano, giacché i cambiamenti del nostro volto, visibili manifestazioni delle emozioni che ci impressionano, somigliano alle varie forme della Luna. Tolomeo chiama la Luna “il luminare più corporeo”; ciò non è detto della Luna rispetto al Sole, ma della luce lunare in rapporto ad ogni altra fonte luminosa del cielo, in quanto più vicina alla terra e più densa.

Pertanto, come osserva Plutarco, la Luna ha “natura mista e figura di demone e la sua rivoluzione concorda con questo genere demoniaco, in quanto essa si mostra ora calante, ora crescente, ora cangiante” e la natura propria dei demoni è di “partecipare a un tempo della passione del mortale e della virtù del dio”.

La Luna nasce e muore, è simbolo della vita e della morte. Quando la Luna non c'era, non c'era neppure la morte. Trafitta dal Sole, la Luna deperisce, di essa non rimane che la spina dorsale, da cui rinascerà nuovamente. Presso gli Uitoto della Colombia, la serpe simboleggia la Luna: “un uomo malato, castigato dal Sole, era stato colpito da paralisi, non poteva alzarsi, non poteva muoversi; allora, calatosi in acqua, si trasformò in una serpe screziata di bellissimi colori; quando della Luna non si vede che una falce sottile, la serpe ha lo spessore di un filo; in seguito cresce smisuratamente fino al plenilunio e il suo appetito è divorante; quindi cala, soffre e prova dolore, finché la Luna novella, falce tagliente, esce dal corpo della vecchia serpe facendola morire”. Allo stesso modo per gli uomini: l’apparire della nuova falce lunare è un ritorno alla vita, la sua scomparsa, la morte. Un re dei Bantù meridionali, ucciso secondo l’imposizione del rito al morire della Luna, poiché gravemente malato, ritorna alla vita il quarto giorno, con lo spuntare della Luna novella.

Molti popoli a nord e a sud dell'equatore videro nella Luna un coniglio, o piuttosto una lepre, animale che dorme di giorno e saltella la notte. In Cina la lepre è l'essenza della Luna piena e negli abiti di cerimonia una lepre è rappresentata nel disco lunare, intenta a pestare in un mortaio delle erbe medicinali. La rappresentazione taoista pone la lepre all'ombra di un fico, ma in Cina è la cassia che le fa ombra, perché la cassia ha quattro fasi come la Luna.

In generale, tutto ciò che deve essere potato, colto, tagliato deve essere fatto a Luna decrescente, come ad esempio la raccolta delle erbe medicinali. Tutto ciò che deve essere seminato sia fatto quando la Luna cresce e la temperatura è mite, ciò che deve essere tagliato o raccolto quando decresce. Un albero piantato a luna crescente si svilupperà molto, a luna decrescente sarà piccolo e nondimeno robusto.
I Celti identificavano nell’acqua il principio primo e la fonte di tutta la vita.

Ciò si riflette nella consacrazione delle sorgenti dei principali fiumi dell’Europa occidentale come santuari dedicati alla dea celtica della fertilità. La Marna prese il nome delle Matrone, le tre Madri Divine, la Senna da Sequana, dea delle sorgenti. Il fiume o il torrente erano espressioni viventi della Madre Terra, ma di per sé ciò non rendeva sacre le acque. Era una particolare combinazione di diverse proprietà minerali, vegetali e dell’aria, emanate da certe sorgenti in determinati momenti del giorno o della fase lunare, a creare i poteri di rigenerazione.

La dea è benefica ma anche crudele. La Luna, con il suo misterioso potere sulle acque soggette alla marea e sul flusso periodico del sangue mestruale, è il centro di una serie universale di simboli: presiede ai riti della notte connessi ad animali come il gatto, il serpente e il lupo. Nella mitologia celtica, come in quella greca, è identificata con la triplice dea che presiede alla nascita, alla vita e alla morte: la triade ciclica di vergine, sposa e strega, Morrigan, Macha e Badh in Irlanda, Hathor, Nut e Iside in Egitto, Persefone, Demetra ed Ecate in Grecia. L’aspetto di madre distruttrice della dea ha, nel simbolismo celtico, una manifestazione caratteristica, analoga a quella della sanguinaria Kalì degli Indù o di Coatlicue degli Aztechi.

Questo concetto di Dea Madre nasce dalla storia della religione e comprende le varie specie del tipo di dea – madre. Il simbolo è ovviamente un derivato dell’archetipo della madre e come tale possiede una quantità pressoché infinita di aspetti: madre, nonna, matrigna, suocera, qualsiasi donna con cui esista un rapporto, nutrice, bambinaia, antenata, Dama Bianca, dea, madre di Dio, vergine (come madre ringiovanita tipo Demetra e Core), Sophia (come madre amante tipo Cibele – Attis).

Anche le simbologie sono molteplici: città, patria, cielo, terra, bosco, mare, acqua stagnante, materia, mondo sotterraneo e soprattutto la Luna. In senso più stretto: i luoghi di nascita e procreazione, il campo, il giardino, la roccia, la grotta, l’albero, la fonte, il pozzo profondo, la fonte battesimale, il fiore come ricettacolo (loto), il cerchio magico (il mandala), la cornucopia. In senso ancora più stretto: l’utero, ogni forma cava, il forno, la pentola. E diversi animali: la mucca, la lepre, e ogni animale soccorrevole (Jung).

Tutti questi simboli possono avere significato positivo e negativo. Un aspetto ambivalente hanno le dee del destino (Parche, Norne). Simboli nefasti sono la strega, il drago, un grosso pesce o un serpente, la tomba, il sarcofago, le acque profonde, la morte, l’incubo, lo spauracchio dei bambini (Lilith, che significa “barbagianni”). La strega, nei Balcani, è chiamata Ragana, connesso con il verbo regeti, “conoscere, vedere, prevedere”, e con il sostantivo ragas “corno crescente”, connessa alla Luna crescente. Il suo aspetto può essere quello di una donna bellissima o di una creatura da incubo. Può assumere molte forme: rana, pesce, uccello che vola o ceppo (simbolo della natura morta). Le sue azioni distruttive controllano in potere vitale ciclico.

La Baba Yaga era un’antica “Dea della Morte e Rigenerazione” della mitologia slava, degradata nei racconti popolari al ruolo di strega. Si manifesta sotto spoglie crudeli, la strega che mangia i bambini, o benevole, come una vecchia saggia. A volte è giovane e bella, a volte vecchia, alta, con gambe ossute, testa a pestello, naso lungo e testa a pestello. La sua immagine teriomorfa è quella di un uccello o un serpente, ma può trasformarsi in rana, granchio, tartaruga, giumenta, capra o topo. La sua funzione era quella di regolatrice dei mutamenti atmosferici e della crescita della Luna.

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