20 maggio 2008

Bibliografia



Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola.
Vivere la magia delle fiabe, di Edouard Brasey.
La fiaba nella tradizione popolare, S. Thompson.
Morfologia della fiaba, di Propp.
Racconti di magia, di Propp.
Le fiabe interpretate, di Von Franz.
Il femminile nella fiaba, di Von Franz.
L’asino d’oro, di Apuleio.
Il linguaggio dimenticato, di Fromm.
Il ramo d’oro, di Frazer.
Le dee dentro la donna, di Jean Bolen.
I riti di passaggio, di Arnold Van Gennep.
L’uomo e i suoi simboli di Carl Jung
Le mille e una notte

Vassilissa


C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte, il volto bianco come le rose di cera della sacrestia della chiesa accanto. La figlioletta e il marito sedevano in fondo al letto di legno e pregavano Dio affinché la guidasse nell’aldilà.

La madre morente chiamò a sé Vassilissa e la piccola dagli stivaletti rossi e il grembiulino bianco s’inginocchiò accanto alla mamma.
“Ecco, questa bambina p per te, tesoro mio”, sussurrò la mamma, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina che come Vassilissa indossava stivaletti rossi, grembiulino bianco, gonna nera e corsetto ricamato di tanti colori.

“Sono le mie ultime parole, bambina mia”, disse la mamma. “Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola che fare, e sarai assistita. Tieni la bambola sempre con te. Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa di mie madre e la mia benedizione.” E il respiro le cadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì, e sposò una vedova che aveva due figlie. Sebbene la matrigna e le sue figlie avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro ai loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava.

Certo, quando le tre donne erano da sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle, la mandavano a tagliare la legna affinché la sua bella pelle si sciupasse. La odiavano perché c’era in lei una dolcezza ultraterrena. Era anche molto bella, e il suoi seno era fiorente, mentre il loro era inconsistente. Si rendeva utile senza mai un lamento, mentre la matrigna e le sorellastre erano come topi che di notte rovistavano tra i rifiuti.

Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono più.
“Facciamo in modo… che il fuoco si estingua, e poi mandiamo Vassilissa nella foresta dalla Baba Jaga, la strega, a chiedere il fuoco per la terra. E quando sarà da Baba Jaga, la vecchia la ucciderà e se la mangerà.” Squittirono come esseri che vivono nell’oscurità.
Così quella sera, quando Vassilissa tornò dopo aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio. Preoccupata, domandò alla matrigna: “Che cosa è successo? Come faremo a cucinare? Come faremo a rischiarare le tenebre?”
Disse la matrigna: “Stupida ragazza! Ovviamente non abbiamo fuoco. E io non posso andare nei boschi perché sono vecchia. Le mie figlie non possono perché hanno paura. Quindi sei l’unica a poter andare a cercare la Baba Jaga a chiederle un carbone per riaccendere il fuoco”.

Innocentemente Vassilissa replicò: “Benissimo, lo farò”, e subito si avviò. Nel bosco l’oscurità si faceva sempre più fitta , e i ramoscelli che le scricchiolavano sotto ai piedi la riempivano di paura. Infilò la mano nella profonda tasca del grembiule, dove nascondeva la bambola che la mamma morente le aveva dato. Accarezzò la bambola e disse: “Solo a toccarla, già mi sento meglio”.
E a ogni biforcazione, Vassilissa infilava la mano in tasca e consultava la bambola. “Devo andare a sinistra o a destra?” La bambola indicava “si”, “no”, o “da questa parte”, o “da quella parte”. E diede alla bambola un po’ del suo pane mentre camminava e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola.

Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina cammina, Vassilissa arrivò alla tana della Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero arrivò al trotto su un cavallo nero, e penetrò nella baracca della Baba Jaga. Subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi attorno alla baracca prese ad ardere di un fuoco interno, e la radura nella foresta fu dunque illuminata da una luce fantastica.

La Baba Jaga era una creatura veramente spaventosa. Viaggiava non su un carro o in una carrozza ma in un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo vicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di persone morte da gran tempo.
E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle per il suo commercio con i rospi. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.

Ancora più strana era la casa della Baba Jaga. Poggiava su un mucchio di zampe gialle di gallina, e camminava da sola e talvolta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita umane di mani e di piedi e il chiavistello della porta d’ingresso era un grugno dei denti appuntiti.

Vassilissa consultò la bambola: “Nonna, sono venuta per il fuoco. La mia casa è fredda… i miei moriranno… ho bisogno di fuoco.”
E la Baba Jaga di rimando: “Oh, siiiii, ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile… hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?”
Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: “Perché chiedo.”
La Baba Jaga disse soddisfatta: “Sei fortunata. E’ la risposta giusta.”
E Vassilissa si sentì fortunatissima per aver dato la risposta giusta.
Baba Jaga la minacciò: “Non potrò darti il fuoco finché non avrai fatto del lavoro per me. Se adempirai a questi compiti per me, avrai il fuoco. Se no…” E Vassilissa vide gli occhi della Baba Jaga trasformarsi improvvisamente in braci ardenti. “Se no, cara bambina, morirai.”

La Baba Jaga entrò rumorosamente nella catapecchia e si sdraiò sul letto e ordinò a Vassilissa di portarle quel che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo sufficiente per dieci persone, e la Baba Jaga lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa.
“Lavami i vestiti, scopa il cortile e la casa, preparami da mangiare, e separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Tornerò a controllare quel che hai fatto più tardi. Se non avrai finito, sarai tu il mio banchetto.” E la Baba Jaga volò via sul mortaio, con il naso come timoniere e i capelli come vela. E cadde di nuovo la notte.

Non appena la Baba Jaga se ne fu andata, Vassilissa si rivolse alla bambola: “Che devo fare? Riuscirò a fare tutto in tempo?” la bambola la rassicurò che ci sarebbe riuscita, le disse di mangiare qualcosa e di andare a dormire. Vassilissa rifocillò anche la bambola, e si addormentò.
Al mattino, la bambola aveva fatto tutto, e non restava che da preparare il pasto. La sera la Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. In parte contenta, e in parte no, perché non trovava niente da ridire, la Baba Jaga sibilò: “Sei una ragazza molto fortunata”. Chiamò poi i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a raschiare e pestare il frumento. La pula volava per la casa come una neve dorata. Quando fu tutto finito, la Baba Jaga si sedette a mangiare. Mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavare i vestiti.

La Baba Jaga indicò un gran mucchio di sporcizia in cortile.
“In quel mucchio di sporcizia ci sono molti semi di papavero, milioni di semi. E per domattina voglio una pila di semi di papavero e una pila di sporcizia, ben separati. Hai capito bene?”
Vassilissa si sentì quasi svenire. “Oh, come potrò fare?” Infilò la mano in tasca e la bambola sussurrò: “Non ti preoccupare, ci penserò io”. Quella notte, la Baba Jaga dormì come un ghiro, e Vassilissa cercò… di raccogliere… i semi di papavero… tra la sporcizia. Dopo un po’ la bambola le disse: “Ora dormi. Andrà tutto bene”.
Di nuovo la bambola si occupò di tutto, e quando la vecchia tornò a casa era stato tutto fatto. Con tono sarcastico la Baba Jaga osservò: “Bene, bene. Fortuna per te che sei riuscita a fare queste cose”. Chiamò i suoi fedeli servitori affinché spremessero l’olio di semi di papavero, e di nuovo apparvero tre paia di mani, ed eseguirono l’ordine.

Mentre la Baba Jaga si insudiciava le labbra con il grasso dello stufato, Vassilissa le stava accanto. “Allora, che cos’hai da guadare?” grugnì.
“Posso farti qualche domanda, nonna?”
“Domanda pure”, ordinò la Baba Jaga, “ma ricordati che troppo saprai, presto invecchierai.”
Vassilissa chiese dell’uomo vestito di bianco sul cavallo bianco.
“Ah”, rispose la Baba Jaga intenerita, “quello è il mio Giorno.”
“E l’uomo in rosso sul cavallo rosso?”
“Ah, sì, quello è il mio Sole Nascente.”
“E l’uomo nero sul cavallo nero?”
“Ah, sì, quello è il terzo, ed è la mia Notte.”
“Capisco”, disse Vassilissa.
“Vieni, vieni qui. Vuoi farmi forse altre domande?” le chiese con tono suadente.
Vassilissa stava per chiederle di quelle paia di mani che apparivano e scomparivano, ma la bambola perse a saltarle nella tasca, e allora disse: “No, nonna. Come tu stessa hai detto, troppo saprai, presto invecchierai.”
“Ah”, disse la Baba Jaga rizzando il capo come un uccello. “Sei più saggia dei tuoi anni. E come hai fatto a diventare così?”
“Grazie alla benedizione della mia mamma”, disse sorridendo Vassilissa.
“Benedizione?” urlò la Baba Jaga. “Benedizione?! Non abbiamo bisogno di benedizioni qui attorno! Meglio che tu te ne vada, figliola.” E la spinse fuori.
“Ecco qua, ragazzina. Ecco!” E la Baba Jaga perse un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone. “Ecco! Prendi questo teschio sul bastone e portatelo a casa. Ecco il tuo fuoco. Non aggiungere una sola parola. Vattene.”

Vassilissa prese a ringraziare, ma la bambola nella tasca si mise a saltare su e giù, e Vassilissa comprese di dover prendere il fuoco e andare. Corse a casa, seguendo il percorso che la bambola le indicava. Era notte, e Vassilissa attraversò la foresta con il teschio su bastone, con il fuoco che usciva dall’orecchio, dall’occhio, dal naso e dalla bocca del teschio. D’improvviso provò paura per quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò, la invitò a calmarsi e a proseguire per raggiungere la casa della matrigna e delle sorellastre.

Mentre Vassilissa si avvicinava sempre più alla sua casa, la matrigna e le sorellastre guardarono dalla finestra e videro una strana luce danzante nei boschi. Sempre più si avvicinava. Non riuscivano a immaginare di che si trattasse. Erano convinte che la lunga assenza di Vassilissa significasse che era ormai morta, e le sue ossa ormai disperse.

Intanto Vassilissa si avvicinava sempre più. E quando la matrigna e le sorellastre la riconobbero, le corsero in contro dicendo che erano rimaste senza fuoco dal giorno in cui se n’era andate, e sebbene avessero più volte cercato di accenderlo, non aveva mai attaccato.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo, perché era sopravvissuta al periglioso viaggio e aveva riportato il fuoco nella sua casa. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e il mattino dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.

Selina Sedilia di Bret Harte


Il sole calava sopra il castello di Shoperton, tingendo di rosso le finestre della camera isolata nella torre ovest , che si diceva fosse frequentata dal fantasma di Sir Edward Sedilia, edificatore del maniero. In lontananza, quasi evanescente, sorgeva il mausoleo dorato di Lady Felicita Sedilia, la quale continuava ad occupare quella parte del podere nota come “Campo del Morto”. Un po’ a sinistra del castello si scorgeva il rudere fatiscente del “Maschio di Guido”, torrione occupato da secoli dallo spettro di Sir Guy Sedilia, il quale fu rinvenuto cadavere, una mattina, schiacciato da una merlatura precipitata dall’alto. Eppure, mentre il sole calante dorava tali mesti oggetti, il castello stesso pareva come immerso in una calma dolcissima e quasi sacrale.

Lady Sedilia stava seduta accanto a una finestra a bovindo prospiciente il parco. Il sole sprofondava dolcemente nel Mare del Nord; ma la nobildonna ancora non alzava la testa davvero bellissima dalla manina e dal braccio così ben tornito che la sostenevano. Solo quando il buio si fu finalmente impadronito del paesaggio come un sudario, ella trasalì: si udiva il rumore degli zoccoli di un cavallo risuonare sui ciottoli del viale sottostante. Lady Selina ebbe appena il tempo di alzarsi che un giovane dall’aspetto aristocratico si buttava in ginocchio ai suoi piedi.

-Selina mia!
-Edgardo! Tu qui?
-Sì, mia cara.
-E…non…hai…visto…nulla?- chiese la donna con voce turbata e con gesti pieni di apprensione, distogliendo lo sguardo per nascondere l’emozione.
-Nulla: cioè nulla che valga la pena di raccontare,- rispose Edgardo. –Certo, ho incrociato il fantasma di tua zia nel parco, notato lo spettro di tuo zio nel torrione in rovina e osservato i tratti familiari dello spirito del tuo bisnonno nella sua postazione. Ma a parte queste inezie, nulla, Selina mia. Nulla più mia cara: proprio nulla.
Il giovane girò affettuosamente gli occhi scuri e liquidi sul volto ingenuo della promessa sposa.

-Edgardo mio! E mi ami ancora? Ancora mi sposeresti nonostante questo cupo mistero che mi circonda? A dispetto della storia fatale della mia stirpe? Malgrado i sinistri presagi della centenaria mia nutrice?
-Certo mia cara, - e li giovane passò il braccio intorno alla vita di lei. I due innamorati si guardarono con felicità beata, inesprimibile. D’un tratto Selina trasalì.

-Lasciami, Edgardo! Lasciami! Un che di misterioso, un fatale presentimento, una cupa ambiguità, un sospetto equivoco, mi opprime. Vorrei essere sola!
Il giovane si alzò, con uno sguardo pieno di amore per la dama.
–Allora ci sposeremo il giorno diciassette.
-Già il diciassette, - ripeté lei, con un fremito inspiegabile.
Si abbracciarono e si accomiatarono. Appena svanito il rumore degli zoccoli nel cortile, Lady Selina si accasciò nella poltrona da cui si era testé alzata.
-Il diciassette,- ripeté lentamente con il medesimo fremito fatale.–Ah!E se lui venisse a sapere che ho già un marito vivo e vegeto? Oserò mai rivelargli che ho due figli legittimi e tre naturali tutti vivi? Oserò raccontagli la storia della mia giovinezza? Oserò confessagli che all’età di sette anni ho avvelenato mia sorella, mettendo del verderame nella sua tortina alla crema, che a dodici ho buttato il mio cuginetto dall’altalena? Che la cameriera personale la quale rea incorsa nel mio infantile corruccio giace ora sul fondo dell’abbeveratoio per cavalli? No! No! È troppo puro, troppo buono, troppo innocente, per sorbirsi simili discorsi!- fremette con tutto il suo corpo in un parossismo di dolore.

Ma ben presto si calmò. Alzandosi di nuovo in piedi fece scorrere un pannello segreto, che rivelò una miccia pronta per l’accensione.–Questa miccia, - disse Lady Selina, - è collegata con una mina posta sotto la torre ovest dove vivono confinati i miei tre figli. C’è poi una diramazione che finisce sotto la chiesa parrocchiale, entro le cui mura è custodito il registro con il certificato del mio primo matrimonio. Basta che accenda la miccia e l’intera mia vita di prima sarà spazzata via!- si avvicinò alla miccia con una candela accesa.

Ma in quell’istante una mano di posò sul di lei braccio; con un grido acuto di terrore Lady Selina cadde in ginocchio al cospetto del fantasma di Sir Guy.
-Ferma, Selina,- ordinò lo spettro con voce cavernosa.
-E perché?- rispose la dama, ritrovando il coraggio.–Voi conoscete il segreto della nostra stirpe o no?

-Lo conosco. Credimi: nulla ho in contrario alle eccentricità della tua giovinezza. Mi è ben noto il tremendo destino che ti ha perseguitata, portandoti ad avvelenare tua sorella ed ad annegare la cameriera. Conosco la maledizione paurosa che io stesso lanciai su questa casa. Ma se tu dovessi disfarti così di quei pargoli…
-E allora?- chiese Lady Selina come per fagli fretta.
-Loro ti perseguiteranno!

-Ebbene, io non li temo,- disse la dama, ergendo la propria nobile figura in tutta la sua maestà.

-Ma quale luogo frequenteranno, da morti? Il torrione fatiscente è occupato dallo spirito di tuo zio. Tua zia monopolizza il parco, e , mi sia consentito di dire non di rado sconfina in campo altrui. Lo stagno dei cavalli è territorio della tua cameriera; mentre la tua sorella assassinata frequenta i corridoi di questo castello. Per essere chiari, non c’è posto a Shoperton per un altro fantasma. Non posso ospitarli io in camera mia – sai che non mi piacciono i bambini. Pensa a ciò che ti dico fanciulla avventata e ferma la tua mano! Vorresti tu, o Selina, - concluse mestamente l’apparizione – costringerlo spettro del tuo bisnonno a cercarsi un alloggio altrove?
La mano di Lady Selina tremò; la candela scivolò dalle sue dita ormai inerti.
-No! – gridò ella con passione. – Mai! – e con ciò cadde sul pavimento priva di sensi.

L'orso della luna crescente


C’era una volta una giovane che viveva in un profumato bosco di pini. Il marito era lontano, a combattere una lunga guerra. Quando finalmente fu congedato, tornò a casa, ma si rifiutò di entrarvi perché si era abituato a dormire sulle pietre. Stava giorno e notte per conto suo, nel bosco. La giovane moglie era tanto eccitata quando le dissero che finalmente il marito sarebbe tornato a casa, che prese a comprare cibi e a cucinare piatti e piatti e ciotole di giuncata di soia, e tre tipi di pesce, e tre tipi di alghe, e riso cosparso di pepe rosso, e dei bei gamberi, grossi e color arancio.

Sorridendo timidamente, portò i cibi nel bosco e s’inginocchiò accanto al marito tanto stanco della guerra, e gli offrì le stupende pietanze che aveva preparato. Ma lui saltò in piedi e diede un calcio ai vassoi, sicché la giuncata si sparse per terra, il pesce volò per aria, le alghe e il riso si sparpagliarono ovunque, e i grossi gamberi rotolarono lungo il sentiero. Lasciami stare!” urlò, e le voltò le spalle. Era tanto in collera che li ne ebbe quasi paura. Alla fine, disperata, riuscì a raggiungere la caverna della guaritrice che viveva lontano dal villaggio.
“Mio marito è tornato gravemente turbato dalla guerra”, disse la moglie. “Infuria continuamente e non mangia nulla. Vuole restare all’aperto, non vuole più vivere con me come un tempo. Puoi darmi una pozione per renderlo di nuovo gentile e affettuoso?”

La guaritrice la rassicurò: “Posso fare questo per te, ma mi occorre uno speciale ingrediente. Purtroppo ho esaurito i peli dell’orso della luna crescente. Devi dunque arrampicarti su per la montagna, trovare l’orso nero e portarmi un pelo della luna crescente che ha sulla gola. Allora potrò darti quel che ti occorre, e la vita tornerà a essere bella”.

Molte donne si sarebbero scoraggiate, avrebbero ritenuto impossibile quell’impresa. Ma lei no, perché era una donna che amava. “Oh, ti sono così grata!” disse. “È così bello sapere che si può fare qualcosa”.

Si preparò dunque al viaggio, e la mattina dopo perse a salire su per la montagna. E intanto cantava “Arigato zaisho”, che è un modo per salutare la montagna e dirle “Grazie di lasciarmi salire sul tuo corpo”. Salì sulle colline dove i massi erano come grosse pagnotte di pane. Raggiunse un altopiano ricoperto da un bosco. Gli alberi avevano lunghi rami drappeggiati e foglie che parevano stelle. “Arigato zaisho”, cantava. Era un modo per ringraziare gli alberi che sollevavano le chime per lasciarla passare. Così riuscì ad attraversare il bosco e riprese a salire.
Ora era più faticoso. La montagna aveva fiori spinosi che si impigliavano all’orlo del kimono, e rocce che le sbucciavano le piccole mani. Strani uccelli neri le volarono incontro nel crepuscolo e la spaventarono. Sapeva che erano muen-botoke, spiriti dei morti che non avevano parenti, e per loro intonò preghiere: “Vi sarò parente. Farò in modo che possiate riposare.”

Salì ancora, perché era una donna che amava. Salì finché vide la neve sulla cima della montagna. I piedi si bagnarono e diventarono freddi, ma lei continuò a salire, perché era una donna che amava. Si scatenò una tempesta, e i fiocchi di neve le entravano negli occhi e nelle orecchie. Accecata, continuava a salire. E quando smise di nevicare la donna cantò: “Arigato zaisho”, per ringraziare i venti che non l’accecavano più. Si rifugiò in una piccola caverna, così piccola che ci stava dentro a malapena. Aveva del cibo per sé, ma non mangiò; si ricoprì di foglie e dormì. La mattina l’aria era tranquilla e tra la neve si scorgevano persino delle pianticelle verdi. “Ecco”, pensò, “è arrivato il momento di trovare l’orso della luna crescente”.

Cercò tutto il giorno e all’imbrunire trovò delle grosse cataste di legna e non ebbe più bisogno di cercare, perché un gigantesco orso nero camminava pesantemente sulla neve, lasciandosi dietro profonde orme. L’orso della luna crescente ringhiò ferocemente ed entrò nella sua tana. La donna frugò nel suo fagotto e mise il cibo che aveva portato in una ciotola. L’appoggiò sulla soglia della tana e tornò a nascondersi nel suo rifugio. L’orso sentì il profumo del cibo e uscì barcollando dalla tana, ringhiando così forte da far rotolare le pietre. L’orso girò un po’ di volte attorno al cibo, sentì il vento, e inghiottì il cibo in un sol boccone. Poi sparì nella sua tana.

La sera dopo la donna fece la stessa cosa, ma dopo aver deposto la ciotola non tornò nel suo rifugio ma si fermò a mezza strada. L’orso sentì l’odore del cibo, uscì dalla tana, ringhiò da scrollare le stelle dai cieli, girò attorno, molto cautamente sentì l’aria, ma alla fine inghiottì il cibo e tornò nella tana. La cosa continuò per parecchie notti finché in una scura notte blu la donna sentì di avere abbastanza coraggio da aspettare vicino alla tana dell’orso.

Mise il cibo nella ciotola sulla soglia della tana e lì rimase in piedi, in attesa. Quando l’orso sentì l’odore del cibo e uscì, vide non soltanto il solito cibo ma anche un paio di piccoli piedi umani. L’orso voltò il capo e ringhiò tanto forte da farle rumoreggiare le ossa. La donna tramava, ma restò al suo posto. L’orso si ripiegò sulle zampe posteriori, spalancò le fauci e ringhiò tanto che la donna poté vedere il palato rosso e marrone della bocca. Ma non si diede alla fuga. L’orso ringhiò più forte e allungò le zampe come per afferrarla, con i dieci artigli che pendevano come dieci lunghi coltelli sulla sua testa. La donna tremava come una foglia al vento, ma rimase ferma dov’era.

“Per favore, caro orso”, implorò, “per favore, ho fatto tutta questa strada perché ho bisogno di una cura per mio marito.” L’orso lasciò ricadere a terra le zampe sollevando una nuvola di neve, e osservò la faccia terrorizzata della donna. Per un attimo alla donna parve di poter vedere intere catene montuose, vallate, fiumi e villaggi riflessi nei vecchi occhi dell’orso. Provò una gran pace, e smise di tremare.

“Ti prego, caro orso, ti ho nutrito per tante notti. Potrei avere un pelo della luna crescente che hai sulla gola?” L’orso rifletteva, e pensava: questa donna sarebbe un buon cibo. Ma improvvisamente provò per lei tanta pietà. “È vero”, disse l’orso della luna crescente, “sei stata buona con me. Puoi prendere un mio pelo. Ma fai in fretta, poi vattene subito, e tornatene a casa.”
L’orso sollevò il muso perché potesse vedere la bianca luna crescente sulla gola, e la donna vide anche il suo cuore pulsare forte. La donna poggiò la mano sul collo dell’orso, e con l’altra prese un lucente pelo bianco, e in fretta lo strappò. L’orso indietreggiò e urlò come se fosse stato ferito. Poi il dolore si trasformò in stizza.

“Oh, grazie mille, orso della luna crescente, grazie mille.” La si piegò in mille inchini, ma l’orso grugnì. Urlò parole che lei non poteva comprendere, e che pure aveva sempre saputo. La donna si volse e volò giù dalla montagna. Corse sotto gli alberi con le foglie a stella. E sempre andava intonando: “Arigato zaisho”, per ringraziare gli alberi che sollevando i rami la lasciavano passare. Inciampò sui massi che parevano grosse pagnotte di pane urlando: “Arigato zaisho”, per ringraziare la montagna che l’aveva lasciata salire sul suo corpo.
Sebbene avesse gli abiti ridotti in brandelli, i capelli tutti spettinati, e la faccia sporca, corse giù per gli scalini di pietra che portavano al villaggio, di corsa percorse la strada e raggiunse la capanna dove la guaritrice sedeva a curare il fuoco.

“Guarda! guarda! Eccolo, l’ho trovato, l’ho ottenuto, il pelo dell’orso della luna crescente!” urlava la giovane donna.
“Bene”, disse la guaritrice con un sorriso. Guardò attentamente la donna e prese il pelo in una mano, lo misurò col dito, ed esclamò: “Si! È un autentico pelo dell’orso della luna crescente”. Poi d’improvviso si volse e gettò il pelo nel fuoco, dove scoppiettò e bruciò in una spendente fiamma arancione.
“No!” urlò la donna “Che cos’hai fatto?”
“Calmati. Va bene così. È tutto a posto”, disse la guaritrice. “Ti ricordi tutto quello che hai fatto per scalare la montagna? Ricordi tutto quello che hai fatto per conquistare la fiducia dell’orso della luna crescente? Ricordi quel che hai visto, quel che hai udito, quel che hai sentito?”
“Sì!”, rispose la donna, “Io lo ricordo benissimo.”
La vecchia guaritrice le sorrise dolcemente e disse: “Ora, per favore, figlia mia, torna a casa con queste tue nuove conoscenze e comportati nello stesso modo con tuo marito.”

La Loba


C’è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell’Europa Orientale, pare in attesa si chi si è perduto, di vagabondi e cercatori.

È circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagnia. Emette suoni più animaleschi che umani.
Dicono che viva tra putride scarpate di granito nel territorio indiano di Tarahumara. Dicono sia sepolta alla periferia di Phoenix, vicino a un pozzo. Dicono che è stata vista in viaggio verso il Monte Alban su un carro bruciato, con il finestrino posteriore aperto. Sta accanto alla strada poco distante da El Paso, dicono; cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori verso Morella, Messico; l’hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: la Huersera, la Donna delle Ossa; la Trapera, la Raccoglitrice, la Loba, la Lupa.

Un’antica occupazione della Lupa è la raccolta delle ossa. Nonostante raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo. La sua caverna è piena di ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.
Striscia e setaccia le montagne e i tetti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta davanti a lei, allora si siede accanto al fuoco e pensa quale canzone cantare.

E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta allora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora la Loba canta e il lupo comincia a respirare.

E ancora la Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.

In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce alla schiena, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
Così si dice che se vagare nel deserto, ed è quasi l’ora del tramonto, e vi siete un po’ perduti, e siete stanchi, allora siete fortunati, perché forse la Lupa può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa – qualcosa dell’anima.

La fanciulla senza mani


C’era una volta, qualche giorno fa, un uomo che possedeva ancora una grande pietra che macinava il grano e lo riduceva in farina per gli abitanti del villaggio. Erano tempi duri per il mugnaio, al quale non erano rimasti che la macina in un capannone e un grande melo fiorito dietro al capannone.

Un giorno, mentre con la sua accetta d’argento era nel bosco per tagliare i rami secchi degli alberi, uno strano vecchio spuntò da dietro un albero. “Non c’è alcun bisogno di torturarsi spaccando legna”, lo lusingò il vecchio. “Ti farò ricco se solo mi darai quel che si trova dietro al tuo mulino.” Che c’è dietro al mio mulino se non il melo fiorito? Pensò il mugnaio, e accettò l’affare proposto dal vecchio.
“Tra tre anni, verrò a prendere quel che è mio”, ridacchiò lo straniero, e zoppicando sparì nel fitto degli alberi.

Il mugnaio incontrò la moglie sul sentiero. Era corsa fuori dalla casa con il grembiule svolazzante e i capelli scompigliati. “Marito, marito mio, ai rintocchi del mezzogiorno, nella nostra casa è arrivato un orologio più bello sulla parete, le sedie rustiche sono state sostituite da sedie ricoperte di velluto, la povera dispensa è piena di selvaggina, case e bauli traboccano. Dimmi, ti prego, come ha potuto accadere tutto ciò?” E in quel preciso istante le sue dita si ornarono di anelli d’oro e i suoi capelli si raccolsero in un cerchietto d’oro.
“Ah”, esclamò il mugnaio guardando con meraviglia il suo farsetto diventato di raso. Sotto i suoi occhi gli zoccoli dai tacchi così consunti che camminava inclinato all’indietro, si trasformarono in bellissime calzature.

“È per via di uno straniero”, raccontò affannosamente. “Nel bosco ho incontrato uno strano tipo coperto da uno scuro mantello che mi ha promesso grandi ricchezze se gli avessi dato quel che sta dietro al mulino. Per certo, moglie mia possiamo piantare un altro melo.”
“Oh, marito mio!” gemette la moglie, e pareva colpita a morte. “L’uomo dal mantello nero era il Demonio, e dietro al mulino c’è l’albero, certo, ma nostra figlia è là a spazzare il cortile con una ramazza di salice.”

E così i genitori corsero a casa, e piansero amare lacrime su tutti i loro fronzoli. La figlia rimase senza maritarsi per tre anni, e la sua indole era come le prime dolci mele della primavera. Il giorno in cui il Diavolo venne a prenderla, fece il bagno e indossò un abito bianco e restò nel cerchio di gesso che si era disegnata attorno. Quando il Diavolo volle afferrarla, una forza invisibile lo scaraventò oltre il cortile.

Urlò il Diavolo: “Non dovrà mai più fare il bagno, altrimenti non posso avvicinarmi a lei”. I genitori rimasero terrorizzati e così passarono alcune settimane, e la fanciulla non fece il bagno finché i suoi capelli furono tutti arruffati, e le unghie nere, e la pelle grigia, e gli abiti anneriti e induriti dalla sporcizia. Allora, con la fanciulla che giorno dopo giorno assomigliava sempre più a una bestia, il Diavolo tornò. Ma la fanciulla si mise a piangere e le lacrime scivolarono sul palmo delle mani e lungo le braccia. Ora le mani e le braccia erano di un bianco purissimo e pulite. Il Diavolo montò in collera: “Tagliatele le mani, altrimenti non potrò avvicinarmi a lei”. Il padre era sconvolto dall’orrore. “Vuoi che tagli le mani di mia figlia?” Il Diavolo urlò: “Tutto qui morrà, anche tu, tua moglie e tutti campi all’intorno”.

Il padre fu così terrorizzato che obbedì, e chiedendo perdono alla figlia prese ad additare la sua accetta dal filo d’argento. La figlia si rassegnò e disse: “Sono tua figlia, fa come devi”. E questo fece, e alla fine non si poteva dire se urlava più forte la figlia o il padre. Così terminò la vita della fanciulla quale lei l’aveva conosciuta.

Quando il Diavolo tornò, la fanciulla aveva tanto pianto che i tronconi rimasti erano di nuovo puliti, e il Diavolo venne di nuovo lanciato oltre il cortile quando cercò di afferrarla. Imprecando con parole che accesero piccoli incendi nel bosco, scomparve per sempre, poiché non aveva più alcun diritto su di lei.
Il padre aveva cent’anni e la moglie anche. Come la gente autentica dei boschi, avevano tirato avanti come meglio avevano potuto. Il vecchio padre offrì alla figlia di vivere un castello di grande bellezza e ricchezza per tutta la vita, ma la figlia disse che preferiva fare la mendicante e dipendere dalla bontà altrui per il suo sostentamento. E così le avvolsero le braccia in una garza pulita, e all’alba si allontanò dalla vita quale l’aveva conosciuta.

Camminò e camminò. La calura fece sì che il suo sudore striasse la sporcizia dalla sua faccia. Il vento le scarmigliò i capelli, che diventarono come il nido di una cicogna fatto di ramoscelli intrecciati alla meglio. Nel pieno della notte arrivò a un frutteto reale in cui la luna aveva poggiato un barlume di luce sui frutti che pendevano dagli alberi.
Non poteva entrare perché il frutteto era circondato da un fossato. Cadde in ginocchio, perché moriva di fame. Un fantasma bianco apparve, e sollevò la paratoia, così il fossato si vuotò. La fanciulla camminò tra i peri, e in qualche modo sapeva che ogni pera perfetta era stata contata e numerata, e qualcuno le custodiva. Comunque, un ramo si piegava così basso che poté prenderlo. Poggiò le labbra sulla buccia dorata di una pera e la mangiò stando in piedi nel chiarore lunare, con le braccia avvolte nella garza, i capelli scarmigliati, con l’aspetto di una donna di fango, la fanciulla senza mani. Il guardiano vide tutto, ma riconobbe la magia dello spirito che custodiva la fanciulla, e non intervenne. Quando ebbe finito di mangiare quell’unica pera, la fanciulla attraversò il fossato e andò a dormire al riparo degli alberi.

La mattina dopo il re arrivò per contare le sue pere. Scoprì che ne mancava una, e guardò sopra e sotto ma non riuscì a trovarla. Quando venne interrogato, il custode spiegò: “La notte scorsa due spiriti prosciugarono il fossato, entrarono nel giardino mentre alta era la luna, e una senza braccia mangiò la pera che le si offriva”.

Il re disse che quella notte avrebbe vegliato. A notte arrivò insieme al suo giardiniere e al suo mago, che sapeva parlare agli spiriti. I tre sedettero sotto un albero e rimasero in osservazione. A mezzanotte, la fanciulla arrivò fluttuando dal bosco, con indosso vecchi stracci sporchi, i capelli arruffati, il volto striato, le braccia senza mani, e lo spirito bianco accanto a lei. Entrarono nel frutteto come l’altra volta. Di nuovo un albero gentilmente si piegò perché potesse raggiungerlo e lei gustò la pera all’estremità del ramo. Il mago si avvicinò, ma non troppo, e domandò: “Sei di questo mondo o non di questo mondo?” E la fanciulla rispose: “Un tempo ero del mondo, e nondimeno non sono di questo mondo”.
Il re interrogò il mago. “È un essere umano o uno spirito?” Il mago rispose che era tutt’e due le cose. Il cuore del re sobbalzò ed egli corse verso di lei e le disse a gran voce: “Non ti abbandonerò. Da oggi in poi, mi prenderò cura di te.” Al castello fece fare per lei due mani d’argento, che furono fissate alle sue braccia. E fu così che il re sposò la fanciulla senza mani.

Dopo qualche tempo, il re dovette muover guerra a un regno lontano, e chiese alla madre di prendersi cura della sua giovane regina, poiché l’amava con tutto il cuore. “Se darà alla luce un bambino, inviami immediatamente un messaggio.”
La giovane regina diede alla luce un bel bambino e la madre del re inviò subito un messaggero per dagli la buona notizia. Ma lungo il sentiero il messaggero si sentì stanco o insonnolito, e cadde in un sonno profondo accanto alla riva di un fiume. Il Diavolo spuntò da dietro a un albero e cambiò il messaggio: diceva che la regina aveva partorito un bambino che era per metà cane.

Il re rimase sconvolto, e nonostante ciò inviò un messaggero in cui diceva di amare la regina, e di prendersi cura di lei in quel terribile momento. L’uomo che portava il messaggio di nuovo arrivò al fiume, e sentendosi appesantito come se avesse partecipato a un ricco banchetto, cadde in un profondo sonno vicino all’acqua. Al che il Diavolo tornò e cambiò il messaggio: “Uccidete la regina e il suo bambino.”
La vecchia madre rimase sconvolta dalla richiesta, e inviò un messaggero per avere la conferma. I messaggeri andarono e tornarono, sempre addormentandosi in riva al fiume, col Diavolo che cambiava i messaggi rendendoli sempre più terribili; l’ultimo diceva: “Conserva la lingua e gli occhi della regina come prova che stata uccisa.”
La vecchia madre non se la sentiva di uccidere la dolce giovane regina. Sacrificò invece una daina, ne prese la lingua e gli occhi e li nascose. Poi aiutò la giovane regina a legarsi il piccolo al petto, la ricoprì con un velo e le disse che doveva fuggire per salvarsi la vita. Le donne piansero e si abbracciarono, nella speranza di rivedersi.

La giovane regina vagò finché arrivò alla più grande e selvaggia foresta che avesse mai visto. Si aggirò lì intorno alla ricerca di un sentiero per penetrarvi. All’imbrunire, riapparve lo stesso spirito bianco e la guidò fino a una povera locanda tenuta da gentili abitatori del bosco. Una fanciulla con l’abito bianco fece entrare la regina e la chiamò per nome. Il bimbo venne messo a giacere.
“Come fai a sapere che sono una regina?” domandò la fanciulla.
“Noi che siamo nel bosco seguiamo queste cose, mia regina. Ora riposa.”
Così la regina rimase per sette anni alla locanda, ed era felice con il suo bambino e della sua vita. Pian piano le sue mani ripresero a crescere, prima come piccole mani di bambina, rosee come le perle, e poi come mani di ragazza, e infine come mani di donna.

Intanto il re era tornato dalla guerra, e la vecchia madre gli domandò piangente: “Perché mai hai voluto che uccidessi due innocenti?” e gli mostrò gli occhi e la lingua.
Udendo la terribile storia, il re vacillò e pianse un pianto inconsolabile. La madre vide il suo dolore e gli disse che erano gli occhi e la lingua di una daina, e che aveva mandato la regina e il bambino nel bosco. Il re decise di partire immediatamente, senza mangiare né bere, e di viaggiare fino in capo al modo per ritrovarli. Per sette anni continuò a cercare. Le sue mani divennero nere, la barba scura come torba, gli occhi cerchiati di rosso e riarsi. Per tutto quel tempo non mangiò né bevve, ma una forza più grande di lui lo aiutava a vivere. Alla fine giunse alla locanda tenuta dagli abitatori del bosco. La donna in abito bianco lo fece entrare, e lui si sdraiò, così stanco. La donna gli pose un velo sulla faccia, e lui si addormentò. Mentre il respiro diventava profondo, il velo lentamente gli scivolò dalla faccia. Si risvegliò per trovare accanto a sé una bellissima donna e uno stupendo bambino che lo guardavano.

“Io sono la tua sposa e questo è tuo figlio.” Il re avrebbe voluto crederle, ma aveva visto che la fanciulla aveva le mani. “Per le mie fatiche e la mia cura, le mani mi sono ricresciute”, disse la fanciulla. E la donna con l’abito bianco portò le mani d’argento che erano state riposte come un tesoro in un cassettone. Il re si levò e prese tra le braccia la regina e suo figlio e quel giorno ci fu una grande gioia nel bosco.
Tutti gli spiriti e gli abitanti della locanda parteciparono a uno splendido festino. Poi il re e la regina e il bambino tornarono dalla vecchia madre, festeggiarono un nuovo sposalizio, ed ebbero molti altri bambini, i quali raccontarono questa storia a centinaia di altri, che raccontarono questa storia a centinaia di altri ancora, come voi siete tra le altre centinaia cui io la racconto.

La donna scheletro


Aveva fatto qualcosa che suo padre aveva disapprovato, sebbene nessuno più rammentasse che cosa. Il padre l’aveva trascinata sulla scogliera e gettata nel mare. I pesci ne mangiarono la carne e le strapparono gli occhi. Sul fondo del mare, il suo scheletro era voltato e rivoltato dalle correnti.

Un giorno arrivò in quella baia, dove un tempo andavano in tanti, un pescatore. Ma quel pescatore veniva da lontano e non sapeva che i pescatori locali si tenevano ormai alla larga da quella piccola baia che dicevano frequentata da fantasmi.
L’amo del pescatore scese nell’acqua e s’impigliò nelle costole della Donna Scheletro. Pensò il pescatore: “Ne ho preso uno proprio grosso!” Intanto pensava a quanta gente quel grosso pesce avrebbe potuto nutrire, a quanto sarebbe durato, per quanto tempo avrebbe potuto restarsene a casa tranquillo. E mentre cercava di tirare su quel grande peso attaccato all’amo, il mare prese a ribollire, e il suo kayak a essere sballottato, perché colei che stava sotto lottava per liberarsi. Ma più lottava e più restava impigliata. Inesorabilmente veniva trascinata verso la superficie, con le costole agganciate all’amo.

Il pescatore si era girato per raccogliere le rete e non vide dunque la testa calva affiorare tra le onde, non vide le piccole creature di corallo che guardavano dalle orbite del teschio, non vide i crostacei sui vecchi denti d’avorio. Quando si volse, l’intero corpo, così com’era ormai, era salito in superficie e pendeva dalla punta del kayak, tenendosi con i lunghi denti anteriori.

“Ah!” urlò l’uomo, e il cuore gli cadde fino alle ginocchia, gli occhi per il terrore si nascosero in fondo alla testa e le orecchie divennero rosso fuoco. “Ah!” gridò, e la gettò giù dalla prua con il remo, e prese a remare come un demonio verso la riva. Non rendendosi contro che era aggrovigliata nella lenza, era sempre più terrorizzato perché essa pareva stare in piedi e inseguirlo a riva. Per quanto andasse a zigzag con il kayak, restava lì dietro ritta in piedi, e il suo respiro si rovesciava in avanti come per afferrarlo e trascinarlo nelle profondità del mare.

“Ahhhhh!” gemeva cercando di raggiungere terra. Saltò giù del kayak, prese a correre tenendo stretta la lenza, e il cadavere bianco corallo della Donna Scheletro, sempre impigliata alla lenza, lo seguiva a balzelloni. Corse sugli scogli, e lei lo seguiva. Corse sulla tundra ghiacciata, e lei lo seguiva. Corse sulla carne messa a seccare, riducendola in pezzi poiché vi affondava con i suoi mukluk.
Lei gli era sempre dietro, e intanto afferrò un pesce congelato e prese a mangiarlo, perché da gran tempo non si rimpinzava. Alla fine l’uomo raggiunse il suo igloo, si lanciò nella galleria e a quattro zampe penetrò all’interno.

Ansimando e singhiozzando giacque nell’oscurità, con il cuore che batteva come un tamburo. “Finalmente al sicuro, sì, al sicuro, grazie agli dei, al sicuro…” diceva.
Ma quando accese la lampada a olio di balena, ecco, lei era lì, ed egli cadde sul pavimento di neve con un tallone sulla sua spalla, un ginocchio dentro alla gabbia toracica, un piede sul suo gomito. Non seppe poi dire come fu, forse la luce del fuoco ne ammorbidiva i lineamenti, o forse perché era un uomo solo. Fatto sta che sentì nascere come un sentimento di tenerezza, e lentamente allungò le mani sudicie, con le parole dolci che una madre avrebbe rivolto al figlio, prese a liberala dalla lenza.

“Ecco, ecco!” prima liberò le dita dei piedi, poi le caviglie. “Ecco, ecco!” continuò nella notte, e la rivestì di pellicce per tenerla al caldo. Le ossa della Donna Scheletro erano esattamente nell’ordine che dovevano avere in un essere umano.
Cercò la pietra focaia, usò i suoi capelli per avere un po’ più di fuoco. Di tanto in tanto la guardava mentre ungeva il legno prezioso della sua canna da pesca e riavvolgeva la lenza. E lei non diceva una parola – non osava – perché altrimenti quel pescatore l’avrebbe persa e gettata dagli scogli, e le sue ossa sarebbero andate in pezzi.

All’uomo venne sonno, scivolò sotto le pelli e cominciò ben presto a sognare. Talvolta, durante il sonno, una lacrima scivola giù dall’occhio di chi sogna; non sappiamo mai quale sorta di sogno la provoca, ma sappiamo che è un sogno di tristezza o di struggimento. E questo accadde all’uomo.
La Donna Scheletro vide la lacrima brillare nella luce del fuoco, e d’improvviso sentì una tremenda sete. A fatica si trascinò accanto all’uomo addormentato e posò la bocca su quella lacrima. Quell’unica lacrima era come un fiume, e lei bevve e bevve finché la sua sete di anni e anni non fu placata.
Mentre giaceva accanto a lui, frugò nell’uomo addormentato e gli prese il cuore, il tamburo possente. Si mise a sedere e cominciò a picchiare sui due lati del cuore “Bum! Bum!”

Mentre suonava si mise a cantare: “Carne, carne, carne! Carne, carne, carne!” e più cantava, più si riempiva di carne. Cantò per i capelli e per buoni occhi e belle mani piene. Cantò la linea delle gambe, e il seno, abbastanza grande da trovarvi calore, e tutte le cose di cui una donna ha bisogno.
E quando ebbe finito, cantò i vestiti, che si togliessero dal dormiente, e scivolò nel letto con lui, pelle a pelle. Rimise il grande tamburo, il suo cuore, nel suo corpo, e così si risvegliarono stretti uno nelle braccia dell’altro, aggrovigliati dalla loro notte, in un altro mondo, bello e duraturo.
Quelli che non rammentano il perché della sua cattiva sorte di un tempo, dicono che lei e il pescatore andarono via e furono ben nutriti dalle creature che lei aveva conosciuto nella sua esistenza sott’acqua. Dicono che è vero e che è tutto quanto loro sanno.

Il coccodrillo


C’era una volta un ragazzino che camminava lungo la riva di un fiume. A un certo punto vede un coccodrillo intrappolato in una rete. Il coccodrillo, che è una femmina, gli dice: “Ti prego, abbi pietà di me, e liberami. Lo so, sono brutta, ma non è colpa mia. Sono nata così. ma, per quanto il mio aspetto esteriore possa essere sgradevole, sappi che dentro di me batte un cuore di madre. Sono venuta qui stamattina in cerca di cibo per i miei piccoli, e sono rimasta intrappolata in questa rete!”

E il ragazzino risponde: “Ma se ti aiutassi a liberarti dalla rete, tu mi prenderesti e mi uccideresti.”
Il coccodrillo ribatte: “Pensi che farei una cosa del genere al mio salvatore e benefattore?”

Così il ragazzino si convince a liberarlo dalla rete, e il coccodrillo lo cattura.
Mentre viene risucchiato tra le fauci dell’animale, il ragazzino esclama: “Ecco qual è la ricompensa per la mia buona azione!”
E il coccodrillo risponde: “Non prendertela come un’offesa personale, figliolo: il mondo funziona così, è la legge della vita.”

Il ragazzino non è d’accordo, e il coccodrillo gli dice: “Vuoi chiedere a qualcun altro se le cose non stanno così?”
Il ragazzino vede un uccello appollaiato su un ramo e chiede: “Uccello, è vero quello che dice il coccodrillo?”
L’uccello risponde: “Il coccodrillo ha ragione. Guarda me per esempio. Un giorno stavo tornando a casa con del cibo per i miei piccoli. Immaginati il mio orrore quando ho visto un serpente che si arrampicava lungo il tronco dell’albero, dirigendosi dritto verso il mio nido. Non potei farci nulla. Divorò tutti i miei piccoli, uno dopo l’altro. Io non facevo che urlare e gridare, ma è stato tutto inutile. Il coccodrillo ha ragione: questa è la legge della vita, è così che funziona il mondo.”

“Hai visto?” disse il coccodrillo.
Ma il ragazzo insite: “Permettimi di chiederlo a qualcun altro.”
E il coccodrillo: “Va bene, fa pure.”
Sulla riva del fiume stava passando un vecchio asino.
“Asino” dice il ragazzino, “questo è ciò che afferma il coccodrillo. Ha ragione?”
L’asino risponde: “Il coccodrillo ha senz’altro ragione. Guarda me, per esempio. Per tutta la vita ho lavorato come uno schiavo per il mio padrone, e lui mi dava da mangiare appena quel che mi bastava per sopravvivere. Ora che sono vecchio e inutile, mi ha lasciato libero, ed eccomi qui che vago nella giungla, in attesa che una belva si scagli su di me mettendo fine ai miei giorni. Il coccodrillo ha ragione: questa è la legge della vita, è così che funziona il mondo.”
“Hai visto?” dice di nuovo il coccodrillo. “Adesso basta!”

Ma il ragazzo insiste: “Dammi ancora una possibilità, l’ultima. Permettimi di chiedere a un altro essere vivente. Ricordi come sono stato gentile con te?”
Il coccodrillo gli concede l’ultima possibilità.
Il ragazzino vede un coniglio che passa di lì, e gli chiede: “Coniglietto, il coccodrillo ha ragione?”
Il coniglio si siede con calma e dice al coccodrillo: “Hai detto proprio così al ragazzo?”
Il coccodrillo risponde: “Sì, ho detto così.”
“Aspetta un momento,” dice il coniglio. “Dobbiamo discuterne.”
“Va bene.” dice il coccodrillo.

Ma il coniglio ribatte: “Come facciamo a discuterne, se tieni in bocca il ragazzo? Lascialo andare: deve partecipare anche lui alla discussione.”
Il coccodrillo dice: “Sì, sei furbo, tu: nel momento stesso in cui lascio andare, questo scappa via.”
Il coniglio replica: “Pensavo che fossi più ragionevole: se tentasse di scappare, un colpo della tua coda lo ucciderebbe all’istante.”
“È vero.” ammette il coccodrillo, e lascia andare il ragazzino.
Non appena lo vede libero, il coniglio esclama: “Scappa.” E il ragazzo corre via.
Poi il coniglio dice al ragazzino: “Non ti piace la carne di coccodrillo? La gente del tuo villaggio non apprezzerebbe un buon pasto? Sai, in realtà non l’hai liberato del tutto: la maggior parte del suo corpo è ancora intrappolata nella rete. Perché non vai al villaggio a prendere tutti gli altri, e così poi vi fate un bel banchetto?”

Il ragazzo fa esattamente quel che gli ha suggerito il coniglio. Va al villaggio e chiama tutti gli uomini, che si recano al fiume con le loro asce, i loro bastoni e le loro lance e uccidono il coccodrillo. Arriva anche il cane del ragazzo, e quando vede il coniglio gli corre dietro, lo cattura e lo strozza.
Il ragazzo arriva sul luogo troppo tardi e mentre guarda morire il coniglio, gli dice: “Il coccodrillo aveva ragione: il mondo funziona così, è la legge della vita.”



Il brutto anatroccolo


Ci si avvicinava alla stagione del raccolto. Le vecchie facevano bambole verdi con le foglie del frumento. I vecchi riparavano le coperture. Le ragazze ricamavano fiori rosso sangue sugli abiti bianchi. I ragazzi cantavano mentre rivoltavano il fieno dorato. Le donne tessevano ruvide camicie per l’inverno in arrivo. Gli uomini erano occupati a raccogliere i frutti che i campi avevano donato e a zappare. Il vento cominciava a far cadere le foglie, ogni giorno di più. E giù al fiume c’era una mamma anitra che nel suo nido covava le uova.
Tutto procedeva nel migliore dei modi per la mamma anitra, e alla fine una dopo l’altra le uova presero a tremare e a vacillare finché i gusci si schiusero, e ne uscirono barcollando i piccoli anatroccoli. Ma restava un grosso uovo, li immobile come una pietra.

Arrivò una vecchia anatra, e mamma anatra le mostrò i suoi piccoli. “Non sono graziosi?” si vantò. Ma l’uovo non ancora dischiuso attrasse l’attenzione della vecchia anatra, che cercò di dissuadere la mamma anatra dal continuare la cova.
“È un uovo di tacchino”, esclamò la vecchia anatra. “Non un uovo come si deve. Un tacchino, non si riesce proprio a mandarlo in acqua, sai.” Lei lo sapeva, perché ci aveva provato. Ma la mamma anatra pensò che aveva già covato tanto, e non le sarebbe costato niente continuare ancora per un po’. “Non mi preoccupo di ciò”, disse. “Piuttosto, sai che quel mascalzone del padre di questi anatroccoli non è venuto a trovarmi neanche una volta?”

Alla fine il grosso uovo prese a tremare e a rotolare. Si schiuse, e ne spuntò una grossa creatura sgraziata. Aveva la pelle tutta segnata da sinuose vene rosse e blu, i piedi erano di un porpora chiaro e gli occhi di un rosa trasparente.
Mamma anitra rizzò la testa e allungò il collo e lo osservò attentamente. Non poté trattenersi: lo definì proprio brutto. “Forse è davvero un tacchino”, pensò preoccupata. Ma quando il brutto anatroccolo entrò in acqua con gli altri piccoli, mamma anitra vide che nuotava benissimo. “Si, è proprio mio, anche se ha un aspetto assai strano. Per la verità, alla luce giusta… è quasi carino”.

Così lo presentò alle altre creature della fattoria, ma prima che potesse accorgersene un’altra anatra attraversò come un razzo il cortile e beccò il brutto anatroccolo sul collo. Urlò mamma anitra “Smettila!” Ma la spaccona asserì: “E’ talmente strano e brutto che bisogna scacciarlo”.
E l’anatra regina con lo straccetto rosso alla zampa disse: “Oh, un’altra covata! Come se non avessimo abbastanza bocche da sfamare! E quello là, grosso e brutto, sicuramente è stato un errore”.

“Non è un errore”, disse mamma anatra. “Diventerà molto forte. È soltanto rimasto troppo a lungo nell’uovo, e non si è rimesso ancora bene in forma. Ma si sta riprendendo. Vedrete.” Rassettò le piume del brutto anatroccolo leccandogliele tutte per bene. Ma gli altri fecero tutto il possibile per tormentare il brutto anatroccolo. Lo attaccarono, lo morsero, lo beccarono, lo fischiarono e gli gridarono contro. E di giorno in giorno aumentavano i tormenti. Lui si nascondeva, si scansava, camminava zigzagando a destra e a manca, ma non sfuggiva. L’anatroccolo era al massimo dell’infelicità.

Inizialmente la madre lo difese, ma poi anche lei si stancò della situazione, ed esasperata esclamò: “Desidero soltanto che tu te ne vada.” E così il brutto anatroccolo fuggì. Con le piume sollevate e inzaccherate, corse e corse finché non raggiunse una palude. Là giacque sul bordo, con il collo allungato, bevendo di tanto in tanto un po’ d’acqua.
Di tra i giunchi lo osservavano due paperi. Erano giovani e pieni di sé. “Tu, brutto coso”, ridacchiando. “Vuoi mica venire con noi nella regione vicina? C’è un branco di giovani oche nubili, che aspettano solo di essere scelte.”D’improvviso rimbombarono dei colpi e i paperi caddero con un tonfo e l’acqua della palude divenne rossa di sangue. Il brutto anatroccolo si mise al riparo mentre all’intorno c’erano spari e fumo e cani abbaianti.

Finalmente sulla palude tornò la quiete e l’anatroccolo volò il più lontano possibile. Al crepuscolo raggiunse una povera capanna; la porta era appesa a un filo, e c’erano più crepe che muri. Là viveva una vecchia cenciosa con il suo gatto spettinato e la gallina strabica. Il gatto si guadagnava il pane prendendo i topi, la gallina deponendo le uova.
La vecchia fu felice di aver trovato un’anatra. Forse farà le uova, pensò, e in caso contrario possiamo sempre ammazzarla e mangiarla. Così l’anatroccolo restò, ma il gatto e la gallina lo tormentavano sempre: “A che servi se non sai deporre uova né cacciare topi?”

“Quel che soprattutto mi piace”, sospirava l’anatroccolo, “è stare sotto il grande cielo azzurro e sotto l’acqua fresca e azzurra.” Per il gatto non aveva alcun senso stare sott’acqua, e criticava l’anatroccolo per i suoi stupidi sogni. Per la gallina non aveva senso avere le piume tutte bagnate, e prendeva anche lei in giro l’anatroccolo. Alla fine fu chiaro che li l’anatroccolo non avrebbe trovato pace, e quindi se ne andò per vedere se trovava qualcosa di meglio lungo la via.
Arrivò a uno stagno, e mentre nuotava sentì che l’acqua diventava più fredda. Su di lui volò uno stormo di creature, le più belle che avesse mai visto. Gli lanciarono delle grida, ed a sentirle il cuore gli batté forte e si spezzò. Lanciò un urlo che mai gli era uscito dalla gola. Non aveva mai visto creature tanto belle e non si era mai sentito tanto infelice. Si girò e rigirò nell’acqua per osservarle mentre volavano lontano, fino a sparire, poi si tuffò in fondo allo stango, e si accoccolò tutto tremante. Era fuori di sé perché provava un amore disperato per quei grandi uccelli bianchi, un amore che non riusciva a comprendere.

S’improvviso prese a soffiare sempre più forte un gran vento gelido per giorni e giorni, e cominciò a cadere la neve. I vecchi rompevano il ghiaccio nei secchi del latte, e le vecchie filavano fino a tarda notte. Le madri nutrivano tre bocche alla volta al lume di candela, e gli uomini andavano a cercare le pecore sotto il cielo bianco di mezzanotte. I giovani si immergevano nella neve fino al petto per mungere, e le ragazze immaginavano di vedere i volti di bei giovanotti nelle fiamme del fuoco mentre cucinavano. E giù nello stagno l’anatroccolo doveva nuotare sempre più velocemente in tondo per conservarsi un posto nel ghiaccio.
Una mattina l’anatroccolo si ritrovò congelato e stretto nel ghiaccio, e fu allora che sentì che sarebbe morto. Due anatre selvatiche planarono e scivolarono sul ghiaccio. Esaminarono l’anatroccolo. “Sei ben brutto!” gracchiarono. “Che peccato! Non si può fare proprio nulla per uno come te.” E volarono via.

Fortunatamente passò di lì un fattore e liberò l’anatroccolo spezzando il ghiaccio con il suo bastone. Sollevò l’anatroccolo, se lo mise sotto il cappotto e si avviò verso casa. Alla fattoria i bambini si avvicinarono all’anatroccolo, ma lui aveva paura. Volò sulle travi, facendo cadere tutta la polvere sul burro. Sa lassù si tuffò dritto nel secchio del latte, e mentre cercava di tirarsi fuori tutto bagnato e stordito, cadde nel barile della farina. La moglie del fattore prese a inseguirlo con la scopa, mentre i bambini urlavano e ridevano.
L’anatroccolo volò via attraverso la porticina del gatto e, finalmente all’aperto, giacque sulla neve mezzo morto. Poi si trascinò fino a uno stagno, poi a un’altra casa, e a un altro stagno ancora, e a un’altra casa, e così passò tutto l’inverno, tra vita e morte.

Comunque tornò il gentile soffio della primavera, e le vecchie si misero a scuotere i piumini, e i vecchi riposero i lunghi camicioni. Nuovi bimbi arrivarono di notte, mentre i padri misuravano a grandi passi il cortile, sotto il cielo stellato. Di giorno le ragazze si ornavano di asfodeli di capelli, e i giovani guardavano le caviglie alle ragazze. E nello stagno l’acqua divenne più tiepida e il brutto anatroccolo che si lasciava cullare distese le ali. Com’erano grandi e forti le sue ali. Lo sollevavano in alto, e dall’alto vide i frutteti rivestiti di bianco, i contadini che aravano, i cuccioli di tutte le specie che nascevano, ruzzolavano, ronzavano, nuotavano. Sullo stagno nuotavano tre cigni, le stesse creature bellissime che aveva visto in autunno, quelle che gli avevano fatto dolere il cuore. Provò l’impulso di raggiungerli.

E se facessero finta di accogliermi, e poi, non appena li avrò raggiunti, volassero via ridendo? Pensò l’anatroccolo. Ma discese lentamente sullo stagno, e intanto il cuore gli batteva forte.
Non appena lo scorsero, i cigni presero a nuotare verso di lui. Sicuramente la mia fine è vicina, pensò l’anatroccolo, ma se devo essere ucciso, meglio che a farlo siano queste belle creature e non un cacciatore, la moglie di un fattore o un lungo inverno. E piegò il capo in attesa dei colpi. Ma ecco che riflesso sull’acqua vide un cigno in perfetta tenuta: piumaggio bianco come la neve, occhi color prugna, e tutto il resto. A tutta prima il brutto anatroccolo non si riconobbe, perché era esattamente come i bellissimi estranei, quelli che aveva ammirato da lontano.
E risultò che in fin dei conti era uno di loro. Per caso il suo uovo era finito in una famiglia di anatre. Lui era un cigno, un glorioso cigno. E per la prima volta i suoi simili gli si avvicinarono e lo sfiorarono con gentilezza e affetto con le punte delle ali. Lo ripulirono con i becchi e gli nuotarono attorno per salutarlo e dargli il benvenuto.

E i bambini arrivati per nutrire i cigni con pezzetti di pane si misero a urlare: “Ce n’è uno nuovo”. E come fanno i bambini di tutto il mondo, corsero a dirlo a tutti. E le vecchie andarono allo stagno, sciogliendo i lunghi capelli d’argento. E i giovani raccolsero l’acqua verde nelle mani a coppa e spruzzarono le ragazze, che arrossirono come petali. Gli uomini smisero di mungere per respirare l’aria profumata. Le donne smisero un momento di rammendare per ridere coi loro compagni. E i vecchi presero a raccontare storie sulla guerra che è troppo lunga e la vita che è troppo breve.
E a uno a uno, per via del passare della vita e della passione e del tempo, danzando si allontanarono; gli uomini giovani, le donne giovani, tutti si allontanarono danzando. E i vecchi, i mariti, le mogli, tutte danzando si allontanarono. I bambini e i cigni si allontanarono danzando… lasciando noi soltanto… e la primavera… e un’altra mamma anatra giù al fiume a covare le sue uova.

Capelli d'Oro


Una volta, una notte nera e profonda, una di quelle notti in cui la terra è nera e gli alberi paiono mani rugose e il cielo è di un blu profondo, un vecchio attraversava barcollando un bosco, mezzo accecato dai rami degli alberi che gli graffiavano la faccia. In una mano teneva una piccola lanterna. La candela nella lanterna mandava una luce sempre più fioca. L’uomo aveva lunghi capelli grigi, denti gialli e unghie ricurve e gialle. Era tutto curvo, e la schiena era arrotolata come un sacco di farina. Era tanto segnato dalle rughe che la pelle pendeva in pieghe e falde dal mento, dalle ascelle e dalle anche.

Si afferrava a un albero e poi avanzava un poco, e poi si afferrava a un altro albero e riprendeva il cammino, e così, respirando a fatica e come remando andava avanti nel bosco.

Tutte le ossa dei piedi gli dolevano e bruciavano come fuoco. I gufi sugli alberi stridevano insieme alle sue giunture mentre si spingeva avanti nell’oscurità.
In lontananza si scorgeva una piccola luce tremolante, una casetta, un fuoco, un posto per riposare, e faticosamente si diresse stanco verso quella luce. Quando arrivò alla porta, era così stanco, così esausto; la piccola luce della lanterna si spense e il vecchio crollò contro la porta.

Dentro c’era una vecchia seduta accanto a un bel fuoco ruggente, e gli corse accanto, lo raccolse nelle sue braccia e lo portò accanto al fuoco. Lo tenne tra le braccia come una madre tiene il suo bambino. Si sedette sulla sua sedia a dondolo e lo cullò. Eccoli, il povero fragile vecchio, un mucchietto di ossa, e la forte vecchia che lo cullava avanti e indietro dicendo: “Ecco, ecco”.
E lo cullò per tutta la notte, e verso l’alba era diventato un uomo molto più giovane, un bellissimo giovane dai capelli d’oro e dalle forte membra. E lei continuava a cullarlo.

Stava per spuntare l’alba quando il giovane era diventato un bambino piccolissimo e stupendo con i capelli d’oro intrecciati come grano.
Allo spuntare dell’alba, la vecchia si affrettò a strappare tre capelli d’oro dalla bella testolina del bambino e li gettò sulle mattonelle, e cadendo produssero un lungo suono cristallino.

E il bimbetto che teneva tra le braccia scivolò giù dal suo grembo e corse alla porta. Si voltò un attimo a guardare la vecchia, le sorrise di un sorriso luminosissimo, poi si volse e volò in cielo per diventare lo splendido sole del mattino.

BarbaBlù


Una matassina di barba è conservata in un convento di monache lontano sulle montagne. Come sia arrivata al convento nessuno lo sa. Alcuni dicono che furono le monache a seppellire quel che restava del suo corpo, perché nessuno altro l’avrebbe toccato. Perché mai le monache conservino una siffatta reliquia, nessuno lo sa, ma è vero. L’amica di una mia amica l’ha vista con i suoi occhi. Dice che la barbe è blu indaco, per l’esattezza. È blu come l’ombra in un buco di notte. Questa barba apparteneva un tempo a uno che dicono fosse un mago mancato, un gigante con un debole per le donne, un uomo noto col nome di Barbablù.

Si diceva corteggiasse tre sorelle contemporaneamente. Ma quelle erano spaventate dalla barba dallo strano colore, e così si nascondevano quando le chiamava. Nel tentativo di convincerle della sua mitezza, le invitò a una passeggiata nel bosco. Arrivò con cavalli ornati di campanelli e nastri cremisi. Sistemò le sorelle e la loro madre sui cavalli, e al piccolo galoppo si avviarono nel bosco. Fecero una stupenda cavalcata, con i cani che correvano accanto e davanti a loro. Poi si fermarono sotto a un albero gigantesco e Barbablù le intrattenne narrando storie e offrì loro leccornie. Le sorelle cominciarono a pensare: “ Insomma, questo Barbablù forse non è poi così cattivo”.

Tornarono a casa e non finivano più di parlare di quella giornata così interessante, di quanto si erano divertite. Pure, riaffiorarono i sospetti e i timori nelle due sorelle maggiori, ed esse giurarono di non rivedere mai più Barbablù. Ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante, allora forse non era neanche così cattivo. Più rimuginava tra sé, e meno le sembrava terribile, e anche la barba le pareva meno blu.

Così quando Barbablù chiese la sua mano, lei accettò. Aveva accolto con orgoglio la proposta di matrimonio, e pensava di sposare un uomo molto elegante. Si sposarono, e poi andarono al suo castello nei boschi.
Un giorno andò da lei e le disse:” Devo andar via per qualche tempo. Invita qui la tua famiglia, se ti fa piacere. Potete cavalcare nei boschi, ordinare ai cuochi di preparare un banchetto, potrai fare tutto quello che vuoi, tutto quel che il tuo cuore desidera. Ecco il mio mazzo di chiavi. Puoi aprire tutte le porte dei magazzini, le stanze del tesoro, qualunque porta del castello; ma non usare questa piccola chiave con la spirale in cima”.

Rispose la sposa:” Sì, farò come dici. Mi sembra bellissimo. Vai dunque, mio caro marito, e non preoccuparti e torna presto”. Così lui partì, e lei rimase. Le sorelle andarono a trovarla e, come tutte le donne, erano molto curiose di sapere che cosa il Padrone aveva detto di fare durante la sua assenza. Gaiamente la giovane sposa raccontò tutto.
“Ha detto che possiamo fare tutto ciò che desideriamo ed entrare in tutte le stanze che vogliamo, tranne una. Ma ignoro quale sia. Ho soltanto la chiave, e non so quale porta apra”.

Le sorelle decisero di fare il gioco di trovare quale chiave apriva quale porta. Il castello era di tre piani, con un centinaio di porte in ogni ala, e siccome molte erano le chiavi del mazzo, di divertirono immensamente a passere da una porta all’altra. Dietro a una porta c’erano le dispense, dietro a un’altra i depositi delle monete. In ogni stanza c’erano beni di ogni sorta, e ogni volta sembrava tutto più meraviglioso. Alla fine arrivarono alla cantina. Si scervellarono sull’ultima chiave, quella con la piccola spirale in cima. “ Forse questa chiave non apre proprio nulla”. Mentre così dicevano, udirono uno strano suono: “Errrrrrr”. Sbirciarono dietro l’angolo, e – guarda, guarda!- c’era una porticina che si stava appunto richiudendo. Cercarono di riaprirla, ma era sprangata. Una gridò:” Sorella, sorella, porta la tua chiave. Sicuramente è questa la porta della misterioso chiavetta”.

Senza riflettere neanche un momento una delle sorelle infilò e girò la chiave nella toppa. La serratura scattò, la porta si spalancò, ma dentro era così buio che non potevano vedere nulla.
“Sorella, sorella, porta una candela”. Venne così accesa una candela e portata nella stanza, e le tre donne lanciarono tutte insieme un urlo perché la stanza era un lago di sangue e ossa annerite di cadaveri erano sparse ovunque, e negli angoli i teschi erano impilati come piramidi di mele. Richiusero velocemente la porta, sfilarono la chiave dalla toppa e si aggrapparono l’una all’altra, respirando affannosamente.
Dio mio! Dio mio!

La sposa guardò la chiave e vide che era macchiata di sangue. Terrorizzata, usò l’orlo della gonna per ripulirla, ma il sangue restava:”Oh, no!” urlò. Ogni sorella prese la chiavetta in mano e cercò di farla tornare come prima, ma il sangue non se ne andava.

La sposa si nascose in tasca la piccola chiave e corse in cucina. Quando arrivò, il suo abito bianco era macchiato di rosso dalla tasca all’orlo perché la chiave lentamente versava gocce di sangue rosso scuro. Ordinò al cuoco:” Svelto, dammi uno strofinaccio”. Strofinò la chiave, ma non smetteva di sanguinare. Goccia su goccia, puro sangue rosso colava dalla piccola chiave. Portò fuori la chiave, la strofinò con la cenere. La avvicinò al fuoco per cauterizzarla. La ricoprì di ragnatele per arrestare il flusso, ma niente riusciva a fermare il sangue.
“Oh, che devo fare?” urlò.“Ecco che cosa farò: la nasconderò. La metterò nell’armadio e chiuderò la porta. Questo è un brutto sogno. Andrà tutto bene”. E così fece.

Il marito tornò la mattina dopo ed entrò nel castello chiamando la sua sposa.
“Allora? Com’è andata durante la mia assenza?”
“E andato tutto bene, sire.”
“E come sono i miei depositi?”
“Bellissimi, sire”.
“E le stanze del tesoro?” ringhiò.
“Anche quelle sono bellissime, sire”.
“Tutto bene, dunque, moglie?”
“Sì, tutto bene”.
“Bene”, sussurrò, “allora sarà meglio che tu mi restituisca le chiavi”.
Con una rapida occhiata si accorse che mancava una chiave.
“Dov’è la chiave più piccola?”
“Io… io… non ricordo”.
“Non mentirmi! Dimmi che cosa hai fatto di quella chiave!”

Le posò una mano sulla guancia come per accarezzarla, ma invece la afferrò per i capelli. “Infedele!” ringhiò, e la gettò a terra. “Sei stata nella stanza, vero?”
Spalancò l’armadio e la piccola chiave sul ripiano in alto aveva sanguinato sangue rosso sulle belle sete di suoi abiti appesi lì.
“Tocca a te ora, mia signora”, urlò e la trascinò giù nella cantina, finché non arrivarono davanti alla terribile porta. Barbablù guardò la porta con gli occhi di fuoco e subito per lui la porta si aprì. Là giacevano gli scheletri di tutte le sue mogli precedenti.

“Eccoci!” ruggiva, ma lei si era aggrappata alla porta e non lasciava la presa. Implorò per la sua vita:”Ti prego, consentimi di raccogliermi per prepararmi alla morte. Concedimi soltanto un quarto d’ora prima di togliermi la vita, per trovarmi in pace con Dio”.
“Va bene”, urlò. “Avrai un quarto d’ora soltanto, e fatti trovare pronta”.
La sposa salì di corsa le scale per raggiungere la sua camera e mandare le sorelle sui bastioni del castello. S’inginocchiò per pregare, ma invece interrogava le sorelle.

“Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”
“Non vediamo nulla, nulla sulle pianure aperte”.
A ogni istante ripeteva:”Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”
“Vediamo un turbine, in lontananza forse un polverone”.
Intanto Barbablù chiamò a gran voce la moglie perché scendesse in cantina, dove l’avrebbe decapitata.

Di nuovo interrogò: “Sorelle, sorelle! Vedete arrivare i nostri fratelli?”
Di nuovo Barbablù chiamò a gran voce la moglie e prese a risalire i gradini di pietra.
Urlarono le sorelle:”Sì, li vediamo! I nostri fratelli sono arrivati e sono appena entrati nel castello”.
Barbablù si lanciò verso la camera della moglie:”Sto venendo a prenderti!” urlava. Pesanti erano i suoi passi; le pietre del vestibolo si aprirono, la sabbia della calcina cadde sul pavimento. Mentre Barbablù avanzava pesantemente nella stana con le mani tese per afferrarla, i fratelli a cavallo percorsero al galoppo il vestibolo del castello e a cavallo entrarono nella stanza. Lanciarono Barbablù sul bastione. Con le spade sguainate, avanzarono verso di lui, colpendo e ferendo, tagliando e sferzando, abbattendo Barbablù a terra, uccidendolo infine e lasciando alle poiane il suo sangue e le cartilagini.


Introduzione


Le fiabe hanno diversi piani di lettura, diverse facce. Per alcuni esperti di psicologia sono l'espressione più pura e semplice dei processi psichici dell'inconscio collettivo; per altri sono un ricco contenitore di antichissimi saperi e simboli che riportano a tradizioni passate, a rituali d’epoche passate sia del mondo magico, che di quello religioso; per altri ancora tra i quali c'è la sottoscritta, hanno sì un valore di saperi ma basati sull'evoluzione di una coscienza e di una consapevolezza che può nascere solo da un percorso iniziatico.

Iniziazione, la strada che porta nel bosco oscuro e che ci permette di conoscere aspetti del nostro modo di pensare, fino a quel momento definiti dal ripetersi scontata di schemi in cui non ci accorgiamo di essere ingabbiati. Il ritrovamento di questi antichi saperi, nati da un esigenza di crescita per la sopravvivenza in un ambiente ostile, in cui era in gioco la vita, permettendo di superare prove cui si era costantemente sottoposti. Anche oggi ritengo siano casi di vita e di morte, la sopravvivenza psichica in una società che poco ci permette di fermarci a riflettere su quello che facciamo o diciamo, capendo gli effetti che realmente hanno su noi e sugli altri i nostri comportamenti, e che c’insegna valori quali la competizione, l'efficienza, l'uguaglianza a discapito della ricchezza della diversità, l'asservimento al potere dimenticando le esigenze personali.

La discesa nel bosco sacro, negli inferi, o in ogni immagine simbolica che richiami un viaggio interiore nei nostri aspetti profondi, sono visti con diffidenza, e vengono presi in considerazione solo nel momento in cui, per un calo dell'efficienza, si devono cercare cause diverse al vivere quotidiano. Guarda al passato, ma vivi nel presente! Rispettare gli insegnamenti che il passato ci porta, è già una conquista.
Ricevere l'energia che queste storie c’emanano, facendola scorrere nel profondo della nostra anima, è certamente uno dei nostri scopi; dimenticarci per qualche minuto del nostro intelletto razionale e lasciar passare direttamente la storia a quella parte del nostro cervello che capisce in pieno i simboli e i tempi giusti di questi preziosi insegnamenti.

Ci sono delle fiabe che hanno contenuti complessi, contengono degli insegnamenti, quando non era in uso la scrittura ma gli insegnamenti venivano tramandati oralmente, in tutte le civiltà. Ripetizioni di miti e fiabe con fondamento di base reale. I riti di iniziazione, riti di passaggio dall'età adolescieziale all'età adulta. I ragazzi e le ragazze passavano attraverso riti, fasi simboliche in cui l'iniziato diventava adulto. Significati e riti comuni a tutte le regioni del mondo, dall'Asia all'africa, dall'Europa all'america.

La casa del bosco è l'inizio di questi riti.
Le donne avevano in mano i riti di iniziazione, di occupavano della crescita dei bambini. Nasce la figura della vecchia sapiente, della strega. I ragazzi nella casa subivano e passavano attraverso a vere e proprie prove, a volte torture fisiche. Il bosco è simbologicamene il luogo dove si nascondeva il pericolo. Andare nel bosco è simbolico della crescita superando il luogo del pericolo. La casa, l'entrata nella casa come un inghiottimento, come un ritorno nell'utero materno per una nuova nascita. La natura era vista positivamente, la vecchia era la sapienza di questa natura e il rito di passaggio era il mezzo reale della crescita.

Il linguaggio simbolico veniva tramandato attraverso un racconto, indirizzato a quelli che capiscono questo linguaggio e ne possono trarre insegnamento, escludendo le persone non iniziate. Il linguaggio simbolico è diretto direttamente all'iniziato.

La morte come passaggio. Riti nati dal collegamento con la natura istintivo. Il nostro è un passaggio nozionistico, non diretto alla vita reale, verso i pericoli della vita di tutti i giorno. La fiabe mette in comunicazione con l'insegnamento, attraverso diversi livelli di significato. Integrare lacune psicologiche per il completamento di parti che ci mancano, con indicazioni i passaggi per il completamento. Spiegazioni per reintegrare energia psichica oltre che morale. Rigenerazione e ricarica di energia numinosa, collegamento con parti profonde di noi, immagini che lette toccano corde oltre la parte ragionativa, arrivando a una parte inconscia, direttamente all'anima. Ascoltandole facendole fluire, cercando di identificarci con l'eroe e l'eroina. Il significato simbolico viene recepito da una parte profonda e più intelligente del nostro intelletto e che sa trarre insegnamento dall’immagini che gli vendono proposte, vivendo gli stati d'animo dei protagonisti e integrando parti mancanti per la nostra psiche.
Come nei sogni le immagini sono stati d'amino e la spiegazione del significato, da una piccola folgorazione, viene profondamente recepito l'insegnamento e curata la parte lacunosa.

I bambini hanno bisogno di questi racconti perché recepiscono più intensamente i significati simbolici, vivendoli con stupore e ricettività che con l'età adulta viene persa per dare spazio a una cultura scientifica e nozionistica.
Le fiabe hanno in comune con i sogni la mancanza del concetto di tempo e di spazio, sono svincolate dal nostro mondo per vivere in un mondo parallelo. Un luogo irreale che può essere possibile ovunque. Per creare quell'atmosfera del tutto è possibile viene usata la formula "c'era una volta, una volta non c'era". La fiaba va respirata, fatta fluire come un fiume, in maniera naturale cercando di metterci in contatto quel significato profondo. La fiaba oggi viene relegata a semplice racconto per bambini perché, mancando la capacità di leggere oltre il linguaggio simbolico, viene liquidata come qualcosa gli incomprensibile quindi senza un vero significato. L'iniziazione diventa un modo per aprirsi a una consapevolezza diversa e nuova, per capire meglio noi stessi e imparate un modo nuovo per capire e vedere il mondo e quello che rappresenta.

Questi simbolismi sono stati maneggiati e cambiati secondo la cultura in uso. Quando vennero fatte le grandi raccolte di fiabe, intorno all'ottocento, vennero raccolti i frammenti antichi, integrati con parti nuove e moderne, eliminate altre parti ritenute troppo cruente e rese altre ancora con simbologia religiosa o aggiungendo una morale. Alcune fiabe hanno mantenuto il loro aspetto originario grazie a persone che hanno trattato i frammenti con la cura di uno scheletro antico rimettendo insieme in maniera il più possibile fedele.

Il cambiamento più significativo che hanno subito le fiabe è stato nel periodo di passaggio a una cultura "matriarcale" a una "patriarcale" con relativo svilimento del potere femminile, fondato sul contatto generativo della natura, in favore di quello maschile, dove dominavano valori come la competizione e il dominio.
Per far perdere di valore alla credenza precedente e svalutarla, si sono resi i simboli di questa cultura qualcosa di ostile e negativo, per innalzare al positivo i simboli della cultura predominante. Tutti i simboli positivi sono diventati negativi.

Tanti racconti hanno il fine di portare la nuova cultura, non sempre con un fine di prevaricazione, ma perché col tempo si perde il significato della cultura precedente e viene vista con diffidenza perché non è più capita o non è più necessaria.
I simboli dell'iniziazione, in un periodo in cui veniva adorata la gran madre come creatrice dell'universo, assumono una connotazione negativa, perdendo ogni significato di rigenerazione e crescita interiore che erano stati per millenni la base della cultura. La vecchia saggia diventa quindi la strega, la casa nel bosco un luogo di pericolo, il lupo e il serpente animali nemici per eccellenza da uccidere.
La strega però mantiene in sé tutte le caratteristiche della sapienza selvaggia, naturale.

Il serpente è un simbolo energetico fortissimo, simbolo della rinascita del cambiamento, del rinnovamento. La trasformazione da serpente in drago che diventa il nemico dell'eroe. Il drago è il risultato di una miscela di simboli, dal fuoco, all'acqua, anche il passaggio dell'inghiottimento cambia aspetto, diventando il drago da mezzo che dall’iniziazione a un qualcosa da uccidere, da affrontare, per diventare adulto.
Non basta più l'inghiottimento, l'eroe doveva dimostrare la sua forza, dimostrare il valore.

Con l'evoluzione si perde il significato dell'inghiottimento che viene ritenuto superfluo e eliminato in favore di una visione eroica del rito di passaggio.
La parte femminile diventa la parte da salvare.
L'eroe diventa il protagonista di tante fiabe, diventa un archetipo importantissimo.
Magia collegata alla natura, trasformata col tempo in passaggi simbolici.
La fiaba racchiude le fasi da seguire per il raggiungimento di uno scopo di crescita di comprensione interiore di noi stessi e sviluppo di un energia psichica di cui noi abbiamo bisogno per vivere e rigenerarci. Abituati a dare importanza all'energia muscolare spesso ci dimentichiamo che abbiamo bisogno anche di energia psichica, energia che traiamo dai nostri valori interiori, che seguiamo e che dà direzione alla nostra vita. Un energia più forte dell'energia muscolare, per la sopravvivenza della nostra anima.

Il valore che deriva dall'anima ha un carattere numinoso, spirituale, che nutre di energia l'anima stessa. Istintivamente l'anima sa cosa è giusto per noi e per la nostra sopravvivenza e il seguire i valori profondi derivati dalla nostra anima da significato e profondità alle nostre scelte e quindi alla nostra vita. Questa è la spiritualità. L'importanza del nutrimento e le fasi di rigenerazione della nostra anima e del nostro istinto, sono sottolineate più volte nelle fiabe, come componente fondamentale per la sopravvivenza. Scoprire le giuste fasi, capire i tempo giusti per agire e per riposare, per ricaricarci e per integrare parti mancanti sono di fondamentale importanza per stare bene con noi stessi. La cura viene troppo spesso concentrata solo sul corpo ma noi dobbiamo sentire anche quando la nostra anima ha bisogno di rigenerarsi e di ricaricarsi, di riposo. Coltivare i giusti pensieri per attivare nuove idee, creando spazi psichici dove far nascere nuove idee, e far morire idee oramai logore divenute inutili. La morte come rigenerazione, come cambiamenti.

Vivendo spesso in schemi, spesso non ci rendiamo conto di pensare sempre su stessi binari, la fiaba crea nuovi spazi, con il ragionamento.
La riflessone su noi stessi ci dalla possibilità di fare una scelta tra i pensieri giusti e vitali e i pensieri logori e ripetitivi. Psicologicamente la fiaba dalla traccia per quest’azione di rimodernamento, con i rituali simbolici da seguire e su cui riflettere.

L'obiettivo è di restare svegli sui nostri pensieri e le nostre sensazioni per conoscerci meglio e affrontare la vita, anche sociale, nella maniera più consapevole e conscia possibile, superando schemi mentali che spesso chi richiudono in gabbie precostituire e che non ci fanno vedere soluzioni nuove e creative di problemi della vita quotidiana. La fiaba dona una freschezza mentale e una rigenerazione interiore indispensabile per la nostra crescita, nella semplicità di una sapienza antica quanto il mondo e alla portata di tutte le persone che sappiano ascoltare senza pregiudizi o chiusure, semplicemente. Non c'è nient'altro da fare che ascoltare per iniziare questo cammino di cambiamento, ascoltare con la parte profonda di noi.


14 maggio 2008

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Con Plutone si conclude la parte di archivio dedicata alla Mitologia. Riassumendo il lavoro fatto fino ad ora direi che la sezione riguardante l'Astrologia in generale è conclusa. Nei prossimi giorni inizierò una sezione dedicata esclusivamente all'Astrologia karmica, inserendo articoli riguardanti Nodi Lunari, Pianeti retrogradi...
Per quanto riguarda la parte "attiva" del blog, cioè i Temi Natale veri e propri, sto ancora cercando un modo per postare correttamente le immagini della carta natale e le relative spiegazioni, magari con l'aggiunta di file pdf da scaricare!
Buon Week-End!

12 maggio 2008

Plutone


Plutone dio dell’interiorità; prima della scoperta nel 1930 si celava nell’inconscio dell’uomo, rivelando la propria esistenza nella mitologia. Viene associato alla fine e all’inizio, alla morte e alla rinascita a nuova vita. Associato all’industria e alle armi nucleari grazie al plutonio, utilizzato per generare energia. Sotto l’aspetto “la fine” o “la morte” appaiono inevitabili; resta da scoprire il nuovo modello di vita che ci attende.

Plutone è l’appellativo di origine romana del Dio degli Inferi noto presso i Greci come “Ade” (Haides, che in origine significava “l’invisibile”): dio dei morti e signore del regno sotterraneo dell’Oltretomba. Ade era fratello di Zeus, Estia, Poseidone, Era e Demetra: figlio di Crono e di Era. Il suo nome era considerato poco augurale e veniva usato il meno possibile. Si usavano titoli eufemistici come Plouton, Plutone “il ricco”, Eubouleus “buon consigliere”, Klymenos “famoso”, o Zeus dell’Oltretomba.

I romani lo chiamavano a volte Orcus, nome di origine incerta.
Associato a favolosi tesori e ricchezze incredibili, nelle profondità della Terra, scendendo fin nelle sue viscere attraverso grotte segrete, lontano dalla luce che illumina la superficie del mondo conosciuto. Il regno nascosto è quello dell’inconscio individuale e collettivo, in cui l’intrepido viaggiatore deve entrare solo per conquistare conoscenze segrete e ricchezze inestimabili.
L’Ade identificato con il concetto occidentale di Inferno, crea una specie di barriera psicologica.

I Greci lo consideravano una divinità fredda che applicava le regole del suo regno a tutti senza discriminazioni, ma non lo ritenevano malvagio, né satanico o ingiusto.
L’Ade, Inferno e il regno degli Inferi vengono associati al diavolo e al concetto biblico di Satana e il Cristianesimo non cessa di far presente i pericoli che corre chi si mette in contatto con questi regni misteriosi della vita. Si vieta in effetti il contatto con gli antichi dei e si ostacola la gnosi individuale.

Si tratta di una reminiscenza delle dottrine religiose, secondo cui l’uomo è un essere dormiente che vive come sonnambulo in modo solo parzialmente cosciente, credendo tuttavia di essere sveglio. È la parte superficiale della mente dove viviamo la vita quotidiana ad essere ad essere inconscia. La vera oscurità è nella nostra coscienza. Nei miti i portatori di luce si recano sovente nell’Ade con l’obiettivo di salvare le anime tormentate; scoprire la propria luce interiore durante la permanenza in quel regno. Ma Ade appare raramente nei miti ed era scarsamente venerato perché i Greci credevano che la sua giurisdizione fosse limitata nei confini del suo regno e che si disinteressasse delle azioni dei vivi. Come per Poseidone, gli era sacro il cavallo e quando rapì Persefone guidava un cocchio tirato da destrieri blu.

Gurdjieff dice ai suoi discepoli che l’uomo non possiede l’anima per natura; deve crearsela oppure trovarla. Dove si cela quest’anima sfuggente? Nelle profondità dell’Io, nel mondo di Plutone. Il mito di Persefone dimostra che Plutone non è sempre nascosto nel suo regno ma si reca in superficie per una breve visita. Plutone appare in veste di stupratore. Il mito di Persefone appare come una rappresentazione simbolica del processo che avviene all’interno della coscienza.
Questo mito è legato alla fertilità e ai ritmi delle stagioni e ai cicli della natura.

Il mito di Persefone simboleggia un processo psicologico in cui l’intromissione di Plutone (l’inconscio) nella coscienza viene sperimentata sotto forma di violenza intima. Le potenzialità interiori dell’individuo, indicate dal tema, devono spingere a un confronto con il “fato” nell’ambito di un nuovo ciclo di consapevolezza e di espressione. Un processo inevitabile; quello di immagine e di simbolo come suo iniziatore, come custode della vita: illuminazione/intuizione, arricchimento interiore e conoscenza di sé.

Blavatsky riconosce a Plutone gli attributi del serpente divino, caduceo, simbolo della professione medica, al serpente e all’albero del Bene e del Male. Il serpente cosmico Ouroborus è legato all’abisso, all’inconscio collettivo da cui nasce la mente. Il simbolo di origine dello Scorpione era il serpente, segno legato alla rinascita. Il serpente è forza vitale, simbolo seminale, epitome del culto della vita su questa terra. Non il corpo di questo animale ma l’energia emanata da lui che striscia o si raggomitola, energia che trascende i suoi limiti e influenza il mondo circostante. Questa stessa energia si trova nelle spirali, nelle viti, negli alberi in crescita, nelle stalagmiti, ma si concentra nel serpente. Il serpente era qualcosa di primordiale e di misterioso, emerso dagli abissi delle acque dove la vita comincia. Il suo rinnovarsi stagionalmente, col mutare della pelle e cadere in letargo, ne ha fatto un simbolo della continuità della vita e il legame con gli inferi.

Il suo influsso era avvertito anche nella fecondità, nella crescita, nella rigenerazione. I poteri del serpenti erano efficaci per guarire e ricreare la vita. Un serpente che si muove verticalmente simboleggia la forza vitale ascendente, vista come colonna di vita emergente dalle grotte e dalle tombe, simbolo con l’albero della vita e del midollo spinale.

Nell’antica Europa il serpente era una creatura benevola eccetto quando rappresentava l’aspetto di reggitrice di morte della dea. Non ha mai un aspetto malevolo. In oriente e nelle civiltà indoeuropee invece era simbolo del potere del male. Gli dei guerrieri uccidevano serpenti e draghi.
Raffigurazioni del serpente che emerge dalle acque esprimono l’idea di energia vitale.

Quando è vestita, la dea serpente, indossa un grembiule indicato con una serie di punti e una gonna caratterizzata a motivi a scacchiera o punteggiati. Altri segni di identificazione sono le tre linee verticali e punti sulla schiena. La testa è coronata o ha riccioli formati da spire di serpente.
Hera, una delle dee greche, era la probabile discendente della dea del serpente. Chiamata l’origine di tutte le cose, il suo nome deriva da Hora “stagione”. Hera era associata con pascoli e gli animali con le corna come bue e vitello. Anche l’egizio Hathor era un bue ed è descritto come il serpente premevo che governò il mondo. Il serpente è associato a erbe magiche che ridanno la vita, guariscono i neonati e proteggono la crescita.

Dea arcaica connessa con le mucche e al latte è Marsa o Mara nei canti mitologici lettoni. Compare come un serpente nero che porta fertilità; il nero in questo caso è simbolo di fertilità e non del male. La corona è la caratteristica costante della dea serpente: le corone sono il simbolo della saggezza e della ricchezza. Chi combatte contro il serpente bianco acquisisce la corona che gli permette di sapere tutto, di vedere tesori nascosti e comprendere il linguaggio degli animali. La credenza era che mangiando carme di serpente bianco si ottenesse la conoscenza.

In Lituania, in Grecia, a Malta e nelle regioni slave il serpente era venerato e rispettato. Non poteva essere ucciso; in casa portava la felicità e prosperità, assicurava la crescita della famiglia e ne conosceva il futuro. In Lituano il nome comune era Gyvate, forza vitale, in greco Geras significava vecchiaia e scaglia di serpente. Plutone è un guaritore della psiche non ortodosso, colui che concilia opposti contraddittori e risolve i dualismi.


Nettuno


Emerge tra i flutti dell’oceano, torreggiando sopra le acque tumultuose, alghe e rivoli d’acqua scivolano sul suo corpo gigantesco, gocce scintillano tra i lunghi capelli e la barba, mentre la maestosa presenza scruta il suo regno. Gli occhi segnati da divina follia e divina aspirazione. Quando l’uomo giunge al cospetto della sua gloriosa divinità, taluni impazziscono, altri vengono ispirati spiritualmente; il suo ruolo consiste nel concedere la luce. Questo è il Poseidone del mondo greco, Nettuno nel Pantheon romano.

Nelle prime fonti, Poseidone era molto più un dio terreno, noto come il consorte di Da, nome pre – ellenico della potente dea della Terra Da o Demetra, a indicare un ruolo dominante della coscienza matriarcale.

Quando i primi greci iniziarono a esplorare i mari Poseidone venne assegnato il ruolo di dominatore delle acque. L’importanza relativa di Poseidone è indicata nel suo attributo: il Consorte della Madre. I miti di Poseidone corrispondono a quelli di Urano ma in misura inferiore. Con Urano e Gaia gli elementi di Aria e Terra si univano a Mente e Corpo; con Poseidone e Da erano l’Acqua e la Terra a fondersi alle Emozioni e al Corpo, creando una triplice divisione dell’uomo.

Come Urano fu detronizzato dalla sua progenie (Crono – Saturno) Poseidone venne coinvolto dal fratello Zeus (Giove) nella deposizione del padre Crono, figlio di Urano.

Poseidone continuò ad avere legami con i poteri della Terra. Noto come il Signore dei Terremoti, della Fertilità, e della Vegetazione, detto “Colui che scuote il suolo”. Veniva invocato il suo aiuto per evitare i terremoti e i Greci lo chiamavano Asphalios, “colui che previene le scosse”.

Nato da Rea e da Crono, era fratello di Zeus. Rea stanca di generare figli che poi venivano divorati dallo sposo, nascose Poseidone tra un branco di cavalli e diede al consorte un puledro da inghiottire in sua vece. Poiché Crono spesso assumeva la sembianze di un cavallo, non fu sorpreso di aver generato un puledro e lo divorò. Rea riuscì a salvare Poseidone e Zeus, e alla fine scoppiò la rivolta, quando i due fratelli avvelenarono Crono e lo detronizzarono, scacciando di Titani.

Il mondo fu diviso: il cielo a Zeus, gli inferi ad Ade e il mare a Poseidone. La Terra e l’Olimpo erano dominio comune, mentre Zeus venne investito di un’autorità superiore come Signore degli Dei. Secondo le leggende una delle principali città di Atlantide era denominata Poseidonis in onore al dio del Mare. I miti della distruzione di Atlantide sostengono una vendetta di Poseidone nella sua qualità di “Colui che scuote il suolo”. Le acque sommersero il continente che si inabissò nelle profondità del mare, forse a causa dell’empietà degli uomini.

Poseidone era sposato con Anfitrite, in origine una personificazione del mare, ma questo ruolo venne assunto da Poseidone. Anfitrite era una dea gentile e tranquilla, mentre Poseidone trasformò i mari in una natura più incostante. Poseidone era famoso per la sua abilità ad assumere diverse sembianze; le forme animali che prediligeva erano gli stalloni, i cavalli bianchi, tori giganti, arieti, delfini, e raramente uccelli ed esseri umani. Era noto anche come Signore dei Tori (mito di Minosse) e dei cavalli (detto Hippios). Dall’unione di Poseidone e Medusa nacque Pegaso, che come cavallo alato rappresentava la creazione di un ponte tra gli opposti, per mezzo del quale alle creature della Terra era concesso di ascendere ai mondi spirituali.

Nelle leggende associate al ciclo iniziatico dei miti di Ercole, Poseidone aiutò l’eroe donandogli dei potenti cavalli. Sia i cavalli sia Nettuno – Poseidone simboleggiano la tendenza dell’uomo a perdersi a causa di pensieri ossessivi o delle passioni provocate da reazioni emotive. L’aspetto positivo di questa predisposizione, rappresentato dal re che controlla i cavalli, consiste nel fatto che la natura emotiva usata nel modo giusto e sottomessa, offre il potere arricchente del sentimento e della sensibilità, e che sotto l’influenza direttrice dell’anima interiore è uno dei beni potenziali più grandi dell’uomo. È attraverso la sensibilità emotiva che possiamo provare empatia.

Il simbolo del tridente lo si trova anche associato al dio Shiva. Nell’induismo gli attributi di Nettuno sono riflessi in tre divinità: Idapati è descritto come Maestro delle Acque; Narayana come colui che muove le Acque; e Varuna come Signore degli Oceani. Questi vengono anche considerati aspetti di Vishnu, che è stato identificato con il principio Giove – Zeus.

Benché Poseidone e Nettuno vengano raffigurati come divinità maschili, dei potenti nel culto e nel mito, Nettuno, a volte, viene percepito come un pianeta che incarna principi femminili.

Nettuno come principio planetario femminile, collegato con immagini archetipe della donna, talvolta la martire, altre con il sacrificio o con la vittima, ma che evocano sensazioni di vulnerabilità e sofferenza. Vi sono aspetti positivi delle qualità femminili: un amore ricettivo, esaltato e votato al sacrificio. Questa natura evoluta e altruista dell’amore raggiunge la sua apoteosi nel romanticismo e nell’ideale spirituale dei miti del santo Graal.

Nettuno viene identificato come colui che ispira a seguire il sentiero della devozione mistica. L’acqua ha il potere di erodere lentamente la terra e la roccia; non esistono alternative tranne quella di accettare l’influsso trasformatore della dissoluzione. Il Mare, come fonte di ogni esistenza, è anche simbolo del fine ultimo, nel significato della concezione aristotelica, una condizione di assoluta perfezione dell’essere in atto che ha realizzato ogni sua potenzialità. Tale fine parrebbe comportare la perdita dell’autocoscienza, e una specie di morte; ma non bisogna dimenticare che l’uomo di ieri è comunque morto, e il contenuto del presente – senza – durata, dell’Eternità, è infinito se paragonato all’estensione del tempo passato o futuro. La meta finale non è la distruzione ma la liberazione.

Dal punto di vista buddista, l’individuo, inteso come processo più che un’entità, che perennemente diviene un'altra cosa (metamorfosi), è come il fiume di Eraclito nel quale non ci si immerge mai una seconda volta. Questo perpetuo flusso si contrappone al concetto di Mare silenzioso, dal quale le acque dei fiumi hanno origine e nel quale devono far ritorno.

Nel parlare di Mare come simbolo di nirvana, si pensa alle immote profondità, e come Meister Eckhart chiama “annegamento” la meta finale, così il buddista chiama “immersione” (ogadha).